“Ritornate, figli traviati”

“Un abisso invoca un altro abisso”. L’abisso di sventura e peccato invoca l’abisso di misericordia. Per questa seconda domenica del Triodion, la Chiesa prescrive la lettura di un’altra parabola, un’altra indicazione per la via del Regno, quella del figlio dissoluto (detta da alcuni  “Parabola del padre misericordioso”).

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Omelia per la seconda domenica del Triodio

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Per questa seconda domenica del Triodion, la Chiesa prescrive la lettura di un’altra parabola, un’altra indicazione per la via del Regno, quella del figlio dissoluto (detta da alcuni  “Parabola del padre misericordioso”). Anche questa domenica, come le altre domeniche prequaresimali, ha un senso mistagogico, facendoci penetrare nel significato più profondo della Grande Quaresima.

Vediamo i personaggi di questa parabola: un padre e due figli. Del figlio minore, la parabola riferisce che un giorno egli si reca dal padre per chiedere di avere la sua parte di eredità. Pochi giorni dopo, il giovane parte e il padre non lo trattiene. Il padre ha rispetto della libertà del figlio, non vuole che il figlio rimanga con lui per un qualche obbligo. Il padre vuole che l’amore dei suoi figli per lui sia assolutamente libero, e pur sapendo che quel figlio se ne va lontano, pur temendo di non rivederlo più, lo lascia andare.

Il figlio si reca in un paese straniero, e qui spende tutte le sue sostanze, tutta l’eredità ricevuta dal padre, in divertimenti leggeri. Noi siamo quel che abbiamo ricevuto; noi non abbiamo meriti, e così anche questo giovane, che le sue ricchezze le ha ereditate. Non ha lavorato per esse, non ha faticato. E così è anche dei beni spirituali. Anzi, lo è ancora di più. Nessuno di noi ha qualche merito per i propri beni spirituali, tutti abbiamo ricevuto da Dio “e grazia su grazia”, come dice l’Evangelista Giovanni il Teologo. E come quel figlio dissoluto, anche noi sperperiamo le nostre ricchezze spirituali. Ci occupiamo del nostro benessere, ci preoccupiamo del nostro futuro, ci sforziamo di dare un senso, umanamente inteso, alla nostra vita. Dimentichiamo che soltanto una cosa è importante, dimentichiamo di mettere davanti a tutto il Regno di Dio e la sua giustizia.

Lontano dal padre, il giovane dissoluto cade presto in miseria. I suoi beni, usati in modo così malaccorto, si assottigliano e vengono meno. Il giovane diviene povero, come avviene a chiunque si allontani dalla fonte della propria ricchezza, sia essa materiale o spirituale. Aumentano le spese e cessano gli introiti. Il giovane comincia infine a darsi da fare. Trova un lavoro, il più umile, quello di guardiano di porci. Possiamo vedere in questo particolare un segno tangibile della lontananza da Dio, poiché il maiale era un animale impuro per gli ebrei che, per primi, ascoltarono questa parabola. Lontano dal padre, il giovane è caduto in basso. Ora sente davvero la sua lontananza, come sente i morsi della fame. Comincia a comprendere di essere caduto in un abisso, e da questo abisso comincia il suo ritorno: “Un abisso invoca un altro abisso” (Sal 41, 7) dice il salmista. L’abisso di sventura e peccato invoca l’abisso di misericordia. Il giovane vede finalmente la differenza tra il suo stato attuale e quello che ha abbandonato: lui, che è figlio, manca anche di quel pane di cui abbondano le mense di quelli che prima erano suoi servi. Bisogna avere fame e sete per capire cosa sia davvero mangiare e bere. Attraverso la fame e la sete il giovane ha capito di aver perduto sé stesso.

“Ritornate, figli traviati, ed io guarirò i vostri traviamenti” (Ger 3, 22) dice il Signore per tramite del Profeta Geremia. E il figlio traviato ritorna, per trovare la guarigione. Lo accoglie un padre che ne aveva a lungo atteso il ritorno. Il giovane viene rivestito della veste più bella, e si fa festa.

C’è sempre, però, per ognuno che ritorna qualcuno che crede di non essere mai partito, ma che col cuore è sempre stato lontano. Il fratello maggiore, veduta la festa, sentito che la festa è per il fratello, si sdegna. Perché? Perché il suo cuore è sempre stato lontano. Questo fratello minore era partito con la sua parte di eredità, aveva sperperato tutti i suoi averi in feste e prostitute, e appena ritornato viene accolto come se nulla fosse. Il padre gli ha fatto mettere addirittura “l’anello al dito”, quindi lo aveva reintegrato nella sua eredità, poiché l’anello era quello contenente il sigillo di famiglia. Il fratello maggiore si sente tradito: lui è sempre rimasto accanto al padre eppure non ha ricevuto nulla, neppure un capretto per fare festa insieme agli amici. Per il figlio traviato, invece, si uccide il vitello grasso. Possiamo leggere in questo fratello un po’ di invidia per chi si è alla fin fine “goduto la vita” ma si salva comunque, solo per essersi pentito. Tanto è sdegnato da non voler neppure entrare in casa e da costringere il padre a supplicarlo. “Io ti ho sempre servito” dice il figlio maggiore al padre. Non lo ha amato, lo ha servito. E’ rimasto lì come servo, non come figlio. Come figlio non è mai stato lì, il suo cuore è sempre stato lontano.

La parabola rimane sospesa; non sappiamo se il fratello maggiore si sia deciso ad entrare anche lui nella stanza della festa. Ci rimangono però le parole del padre: “questo tuo fratello era perduto ed è stato ritrovato, era morto ed è tornato in vita.”

La Resurrezione di Cristo è anche la nostra resurrezione alla vita, e il nostro cammino verso la Pasqua è la strada del nostro ritorno a Dio. Così si chiude questa mistagogia: noi tutti dobbiamo tornare a Dio, noi tutti siamo figli traviati in cerca di guarigione.

(22 Gennaio / 4 Febbraio 2018)

 

Dio resiste ai superbi

Oggi comincia il tempo del Triodion, cioè il periodo che ci porta alla Pasqua. Queste sono le prime domeniche, quelle prequaresimali, che servono a introdurci ai temi della Quaresima e ad insegnarci il modo di affrontare questo cammino quaresimale di avvicinamento alla Pasqua. In questa prima Domenica del Triodion si legge la Parabola del fariseo e del pubblicano.

Omelia per la Domenica del Fariseo e del Pubblicano

Il fariseo e il pubblicano

Nel nome del Padre, del Figlio e del Santo Spirito.

Oggi comincia il tempo del Triodion, cioè il periodo che ci porta alla Pasqua. Queste sono le prime domeniche, quelle prequaresimali, che servono a introdurci ai temi della Quaresima e ad insegnarci il modo di affrontare questo cammino quaresimale di avvicinamento alla Pasqua. In questa prima Domenica del Triodion si legge la Parabola del fariseo e del pubblicano.

Noi oggi abbiamo davanti due personaggi, ma anche due stereotipi, e proprio a motivo di questa parabola. Questo perché da quando questa parabola è stata raccontata per la prima volta fino ad oggi sono passati circa duemila anni, e noi non abbiamo immediatamente presente il suono che essa poteva avere alle orecchie di suoi primi ascoltatori. Noi siamo abituati a pensare al fariseo superbo e al pubblicano umile, protagonisti di questa parabola. In italiano, addirittura, usiamo la parola “fariseo” per indicare una persona ipocrita, che è convinta di essere migliore degli altri per le sue opere. Questo viene appunto da questa parabola, oltre che dal fatto che il Signore si scagliava spesso contro i farisei, poiché molti di loro erano effettivamente così. Non tutti, però: San Paolo quasi si vantava di essere stato fariseo quanto all’osservanza della Legge. In generale, i farisei non erano tutti superbi, e i pubblicani non erano tutti umili. Questo stereotipo diffuso, ci rende quindi più difficile la comprensione di questa parabola e ce la fa spesso interpretare in modo assai scontato. Oggi, poi, va di moda una interpretazione quasi antireligiosa: quanti vanno in chiesa, pregano e fanno digiuni sono visti un po’ come il fariseo, e gli altri sarebbero come il pubblicano. Questa interpretazione però, non vede un punto fondamentale: il pubblicano della parabola è infatti nel Tempio a pregare come il fariseo. E vero che i pubblicani generalmente non frequentavano il Tempio e non avevano una vita religiosa, ma qui vediamo un pubblicano che si reca al Tempio proprio perché sente il bisogno di Dio e del Suo perdono. Ci siamo così abituati ad interpretare questa parabola dando un valore sbagliato al fariseo e al pubblicano.

Prima di fare la Comunione un cristiano ortodosso recita o sente recitare una preghiera che dice così: “Credo, Signore, e confesso che Tu sei veramente il Cristo, il Figlio del Dio Vivente, venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io.” Questa preghiera la legge per primo il Sacerdote, prima di fare la comunione, dopodiché essa viene letta anche per i fedeli. Ognuno di noi, prima di fare la Comunione, confessa quindi di essere il primo dei peccatori. Chiaramente, non è possibile che ognuno di noi sia il primo dei peccatori in senso assoluto, perché c’è chi pecca di più (o con più convinzione) e chi di meno. Ognuno deve pensare però solo ai propri peccati e non a quelli altrui, questo significa essere il primo dei peccatori.

Detto questo, vediamo quali sono i problemi che vengono fuori da questa parabola.
Il fariseo prega dicendo: “Io ti ringrazio, Signore, perché non sono come gli altri uomini”, e così, subito, si paragona agli altri, ritenendosi superiore. Inoltre possiamo notare che questa preghiera è falsa. Comincia infatti ringraziando Dio di non essere come gli altri uomini e quindi riconosce di dovere questo a Dio, ma poi comincia a vantarsi e ad elencare le sue opere, il digiuno e il pagamento della decima (la decima parte dei guadagni, che gli ebrei pagavano al Tempio). Vediamo quindi dove sta qui la sua ipocrisia: perché vantarsi delle proprie opere se esse vengono da Dio? Evidentemente il suo ringraziamento a Dio non è affatto sincero; il fariseo pensa che le sue opere buone siano opera sua e non di Dio, e quindi che siano un suo merito. Inoltre il fariseo giudica il pubblicano, senza porsi un altro problema importante. Il pubblicano, infatti, è certamente diventato tale per qualche motivo (diventare pubblicani significava diventare collaborazionisti del dominatore romano e traditori del popolo di Israele), non lo sarebbe divenuto, probabilmente, se ne avesse avuto il modo. I farisei erano di solito persone di classe agiata: non facevano i pastori, o i contadini. Se il fariseo non ha mai rubato non è soltanto per suo merito, ma forse anche perché non si è mai trovato della tentazione di farlo. Se anche il pubblicano fosse cresciuto in una famiglia agiata forse non sarebbe divenuto pubblicano. Il fariseo, quindi, ha tutte le ragioni per ringraziare Dio nella preghiera, ma poi, giudicando il pubblicano, mostra come questa preghiera sia falsa.
Da questo punto di vista, il senso della parabola è che nessuno è giustificato dalle proprie opere. Il pubblicano infatti prega solo dicendo: “Signore sii clemente come me peccatore”. Come però ho detto prima, la parabola si presta ad essere interpretata male per via dei nostri stereotipi. E così esiste anche un modo “farisaico” di essere pubblicani, ed è una cosa oggi molto diffusa: ci sono oggi tanti “falsi pubblicani” che nel loro cuore pregano dicendo più o meno così: “Signore, io ti ringrazio di non essere un ipocrita come quei bigotti che fanno tutti i digiuni. Commetto ogni giorno tanti peccati, non digiuno e non pago la decima, però lo riconosco e confido nella tua misericordia.” Questo è chiaramente un modo “farisaico” di essere pubblicani. Come se io, dopo aver confessato nelle mie preghiere che il Signore è venuto al mondo “per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io”, appena uscito di Chiesa, mi mettessi a giudicare gli altri.

Alla parabola, in realtà, interessa soprattutto la diversità dell’atteggiamento di questi due personaggi, non tanto in quello che fanno, quanto piuttosto in quello di cui parlano nella loro preghiera. Il primo, infatti, parla delle cose che ha fatto, l’altro di quelle che non ha fatto. Il fariseo si vanta davanti a Dio delle sue opere, mentre il pubblicano chiede perdono a Dio per non averle compiute.

Mentre una persona di mentalità farisaica fa la Quaresima pensando che questo lo renda giusto davanti a Dio e quindi fa il “conto” di tutto ciò che fa, una persona umile (che pure deve fare la Quaresima) fa invece il conto delle cose che non riesce a fare. E sono tante le cose che non riusciamo a fare.
Questa parabola ci mostra dunque quale debba essere il nostro primo atteggiamento di fronte al digiuno e di fronte a tutte le osservanze legate alla Grande Quaresima (la preghiera, l’elemosina, il “digiuno dalle passioni”). Il digiuno, come sappiamo o dovremmo sapere è un aiuto che Dio ci da, perché digiunando noi riusciamo a separarci anche dalle nostre passioni, riusciamo ad avere un modo migliore per avvicinarci a Dio. Il digiuno è uno strumento: non ci rende giusti davanti a Dio, ma è essenziale per avvicinarci al mistero della Pasqua. Questo vuol dire che non dobbiamo arrivare in fondo alla Quaresima chiedendoci se abbiamo rispettato il digiuno alla lettera tutte le volte che era possibile. Possiamo chiedercelo, certamente, ma non è essenziale. L’utilità del digiuno è nel fatto di mostrarci la nostra fragilità, facendoci diventare più consapevoli della nostra condizione di peccatori. Se giungo al termine della Quaresima e penso di aver digiunato bene, evidentemente non ho digiunato abbastanza. Il primo degli elementi fondamentali della Grande Quaresima è infatti l’umiltà nel dichiararsi peccatori, e a questo dobbiamo pensare con il nostro digiuno. Questo è il motivo per cui questa parabola è posta all’inizio di questa parte prequaresimale del Triodion: per mostrarci come la Quaresima non debba essere soltanto l’adempimento di una serie di precetti.
Se infatti affrontiamo questo periodo nell’Anno Liturgico con spirito farisaico, credendoci giustificati dall’osservanza dei precetti, noi inganniamo noi stessi.

Oggi si apre il cammino verso la Pasqua, nella quale celebreremo il mistero della nostra Salvezza e della nostra Resurrezione. In questo cammino dovremo riflettere su quanto siamo ancora distanti da Dio, e su quanta strada dobbiamo fare per giungere a Lui. In questa strada Dio stesso ci viene incontro, ma questo suo venirci incontro non ci può essere di utilità, se noi non andiamo incontro a lui nello spirito giusto. Dio non può salvarci, se non non lo vogliamo allo stesso modo in cui lo voleva il pubblicano della parabola.

“Dio resiste ai superbi, ma fa grazia agli umili” (1 Pt 5, 5) dice la Scrittura. A lui onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

(23 Gennaio / 5 Febbraio 2017)

Domenica dei Santi Ortodossi d’Italia

Omelia per la seconda Domenica di Matteo
(Tutti i santi glorificati in Italia)

Letture:

Apostolos: Rm 2, 10-16
Evangelo: Mt 4, 18-23

ioannes2In Italia gli ortodossi sono una minoranza. Bisogna però anche dire che sono una minoranza significativa, attualmente sono la seconda confessione religiosa presente nel nostro Paese. Ciononostante molti italiani non hanno la minima idea di cosa sia la Chiesa Ortodossa.

Se dico che sono buddista tutti hanno una idea più o meno precisa di cosa sono.
Lo stesso se dico che sono un mussulmano.
Se invece dico “sono un cristiano ortodosso” in pochi capiscono. Ed è strano, perché in questa nostra terra la fede ortodossa ha avuto una storia importante. In questa seconda domenica dopo Pentecoste facciamo memoria dei santi locali, di tutti i santi cioè che sono stati glorificati da Dio in terra d’Italia.

San Pietro e San Paolo sono arrivati sin qui, e qui hanno trovato la loro fine terrena, qui hanno testimoniato la loro fede.
Abbiamo avuto martiri: Agata, Lucia, Parasceve, Anastasia, Alessandro, Agapito…
Abbiamo avuto monaci: Benedetto, i suoi discepoli Mauro e Placido, sua sorella Scolastica e tanti altri e tante altre.
Abbiamo avuto Padri: Ambrogio di Milano, Massimo di Torino, Eusebio di Vercelli, Cromazio di Aquileia… Per non parlare dei grandi Leone e Gregorio, Papi di Roma quando Roma era ancora ortodossa.
Potremmo scorrere una carta geografica di questo Paese e nominarne i santi da nord a sud. Scopriremmo che pochissime terre hanno dato alla Chiesa Ortodossa tanti santi quanti ne ha dati l’Italia. Solo la Grecia può dire di averne dati di più.

Non si tratta però di una festa “dei santi ortodossi italiani” (anche se spesso per semplificare diciamo così), ma di una festa dei “santi ortodossi glorificati in terra d’Italia”. Santi cioè che hanno testimoniato Dio in Italia. Anche se moltissimi sono effettivamente nati qui, altri sono venuti a volte da molto lontano. Pietro e Paolo non sono nati qui: il primo veniva dalla Galilea, l’altro dalla Cilicia. Colombano è venuto fin qui dall’Irlanda, altri sono giunti dalla Siria o dalla Grecia. E questo in modo del tutto analogo a tanti ortodossi che oggi vengono qui dalla Russia o dalla Romania.

I santi locali, come d’altronde tutti i santi, sono testimoni. Non sono però testimoni della loro terra: sono testimoni di Cristo nella terra in cui vivono: «Qui» ci ammonisce San Paolo «non c’è più Greco e Giudeo, circonciso e incirconciso, barbaro e Scita, servo e libero, ma Cristo è tutto e in tutti» (Col 3, 11). Parafrasando le parole dell’Apostolo oggi potremmo dire che qui non c’è italiano o russo, greco o romeno. Tutti hanno infatti lo stesso dovere di annunciare Cristo

Questa festa dei santi locali si pone quindi quasi a “corollario” della Festa di Tutti i Santi che si celebra la prima domenica dopo Pentecoste. Se è vero infatti che i santi non sono solo quelli i cui nomi vediamo nei calendari, bensì tutti coloro che credono in Cristo e si sforzano di aderire a lui nella fede della Chiesa, allora anche i santi d’Italia non sono soltanto quelli del calendario. I santi d’Italia sono coloro che qui in Italia, ora per nascita, ora per altri motivi, vivono la loro fede in Cristo e nella sua Sposa, la Chiesa. Se San Paolo fosse vivo e volesse scrivere una lettera alle comunità italiane, la comincerebbe indirizzandola “ai santi che sono in Italia” (come aveva fatto nella Lettera agli Efesini). Quindi quella di oggi è la nostra festa: “nostra” per chi in Italia è nato e per chi c’è venuto a vivere.

La Chiesa locale è una immagine viva della Chiesa universale. Allo stesso modo, i santi – quelli dentro il calendario e quelli fuori dal calendario – sono una immagine della santità della Chiesa. Possiamo giudicare lo stato di salute di una Chiesa locale (che può essere una Diocesi, una Metropolia o anche soltanto una Parrocchia) considerando se e come si rispecchia in essa la Chiesa universale.
Anche la Chiesa locale è chiamata ad essere una, poiché, come esiste un solo Dio, così deve esistere una sola Chiesa.
Anche la Chiesa locale è chiamata ad essere santa: anche noi, quindi, qui e ora, siamo chiamati a testimoniare Cristo.
Anche la Chiesa locale è chiamata ad essere veramente cattolica (sobornaja, soborniceasca), è chiamata cioè ad essere veramente “secondo il tutto”, a predicare soltanto “ciò che sempre, ciò che ovunque, ciò che da tutti è stato creduto”, secondo le parole di San Vincenzo di Lerins.
E, infine, anche la Chiesa locale è chiamata ad essere veramente apostolica, a confessare la fede degli apostoli e ad essere fondata in essa.

Quando si entra in una chiesa ortodossa, generalmente la prima cosa che si nota è l’icona del Santo titolare della chiesa, oppure l’icona del Santo del giorno o della festa in corso. Non si tratta dell’icona più bella, né della più preziosa o della più antica. Quella è semplicemente l’icona che ci fa da anticamera a tutte le altre: è come una porta. Anche quando si entra in chiesa si passa per una porta: è la porta di una chiesa qualsiasi; può essere la porta di una cattedrale o di una chiesina di campagna; può essere fatta di legno grezzo o finemente intarsiata. Se però noi avessimo occhi spirituali, passata quella porta noi non vedremmo né la Cattedrale né la chiesa di campagna. Vedremmo la Gerusalemme Celeste, perché questo è la Chiesa: la Chiesa è l’inizio del Regno di Dio. Così è per i santi che festeggiamo oggi: non sono più importanti, non sono migliori di altri, non importa che siano più antichi o più numerosi. Sono la nostra porta, qui e ora, alla Chiesa di Cristo.

(Omelia del 24 Giugno / 7 Luglio 2013)

Tra Gadara e Gerusalemme

Omelia per la quinta Domenica di Matteo

Letture:
Apostolos: Rm 10, 1-10  (P5)
Evangelo: Mt 8, 28 – 9, 1 (gli indemoniati gadareni)

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Gesù e gli indemoniati gadareni, di Fotios Kontoglou

L’episodio degli indemoniati gadareni ci mette davanti a due personaggi fondamentali: il primo di questi personaggi è il Maligno (i demoni che inabitano gli indemoniati); il secondo è Cristo. Ci sono poi gli abitanti della regione di Gadara (o Gerasa, secondo una diversa lezione). Sullo sfondo del racconto ci siamo noi.

Quando il Signore giunge nel paese dei gadareni i due indemoniati gli vengono incontro uscendo dai sepolcri dove abitano. Il testo evangelico ce li descrive, più che come uomini, come degli animali selvaggi. Dotati di forza fuori dal comune, incutono terrore agli abitanti della regione.
Fin dalle prime righe delle Scritture possiamo vedere il Maligno all’opera proprio per questo tipo di risultato. Se rileggiamo il racconto della creazione dell’uomo nel secondo capitolo della Genesi, possiamo notare quanto sia diversa la creazione dell’uomo rispetto a quella di tutti gli altri esseri viventi. Le piante, i pesci, gli uccelli e tutti gli altri animali sono creati da Dio col solo nominarli: «produca la terra animali viventi secondo le loro specie» (Gn 1, 24). L’uomo al contrario è plasmato nel fango, e prende a vivere solo quando Dio gli insuffla il suo Spirito, la sua Ruah. L’uomo non è un essere vivente qualsiasi: l’uomo è la terra stessa (qui simboleggiata dal fango) a cui Dio dona una vita che è parte di sé. L’uomo è la terra partecipe delle energie di Dio.
Il Maligno però si oppone sin dal principio a questa condizione propria dell’uomo e – per mezzo dell’uomo – della terra. Il Maligno non vuole che Dio irradi le sue energie sul mondo per farlo vivere di Lui. Il Maligno vuole che l’uomo – e, per mezzo dell’uomo, la terra – sia sotto il dominio della morte. Questo significano gli indemoniati che vivono nei sepolcri. Gli indemoniati gadareni sono l’uomo così come il Maligno lo desidera: soggetto alla morte, al peccato, lontano dalla vita divina, dalle energie di Dio.

Gli indemoniati si avvicinano al Signore supplicandolo di non tormentarli e di non cacciarli nell’abisso che è preparato per loro. Anzi lo supplicano di permettere loro di entrare in un branco di maiali che pascolavano nelle vicinanze. Il Signore lo permette e i demoni, lasciati i due uomini, entrano nel brancodi maiali che poi si gettano nel Mare di Galilea morendo tra le onde. Gli indemoniati sono guariti, strappati ai sepolcri in cui vivevano, restituiti alla comunità umana, restituiti alla vita, restituiti a Dio Vivente che è Dio dei vivi, non dei morti (Mt 22, 32). Questa è infatti l’opera di Cristo: strappare l’uomo alla morte e al peccato per restituirlo a Dio. Il Cristo che guarisce gli indemoniati di Gadara è quello stesso Cristo che è risorto dai morti che «con la sua morte ha calpestato la morte, ai morti nei sepolcri donando la vita».

È qui possibile fare una prima riflessione. Sebbene in questo racconto Gesù parli pochissimo, parlano però i suoi atti. Ciò che il Signore compie non è un semplice esorcismo, non è una semplice guarigione. È come un insegnamento, un discorso che Dio fa all’uomo.
Tu, uomo, hai peccato. E il peccato è stato una tua decisione.
Ti sei sottomesso all’inganno del serpente. Anche questa è una tua decisione.
Ti sei sottomesso al dominio della morte: conseguenza delle tue decisioni.
Io però sono venuto a te per rimettere il tuo peccato.
Io sono venuto a te per strapparti all’inganno del serpente.
Io sono venuto a te per strapparti al dominio della morte.
Io, uomo, sono venuto a te per riconciliarti a me, per riconciliarti a Dio.
E da te non voglio nulla in cambio: voglio soltanto che tu mi dica che sì, vuoi essere salvato, vuoi essere riconciliato a Dio.
Io sto alla porta e busso: per questo, uomo, io sono venuto a te.

E qui compaiono i gadareni, che, informati della fine del branco di maiali e della guarigione degli indemoniati, vengono a chiedere a Gesù di andarsene dalla loro terra. Perché?
Forse un branco di maiali era un prezzo troppo alto per due uomini restituiti alla vita e a Dio. Forse hanno semplicemente paura della manifestazione della potenza di Dio in mezzo a loro, nella loro terra.
Veniali e paurosi: come ci sono vicini i gadareni! Veniali e paurosi come noi. Veniali come noi che tante volte ci domandiamo se davvero ci conviene (o quanto davvero ci conviene) essere cristiani. Paurosi come noi che non riusciamo mai a offrire tutti noi stessi a Dio. Rispettiamo i digiuni e i precetti come i farisei che pagavano la decima anche sulla menta e sul cumino, ma ci riserviamo sempre un angolo nascosto dentro di noi, una nostra piccola Gadara spirituale, nella quale Dio non ha motivo di essere; e così viviamo la nostra vita spirituale tenendo un piede a Gerusalemme e l’altro a Gadara. Anche noi abbiamo paura di Dio, e chi ha paura non ama.

Gadara è terra di pagani. Gli ebrei infatti non mangiano il maiale, e quindi neppure lo allevano. La nostra Gadara spirituale è quella parte di noi che è ancora pagana, perché non ha ancora trovato Dio. È quella parte di noi che non ha ancora capito che Dio è Amore, un Amore che sta alla porta e bussa, e attende solo di essere ricambiato. E l’amore non si può ricambiare né con doni, né con denaro, né con sacrifici. L’amore si ricambia soltanto con l’amore. Noi, invece, come i pagani gadareni, ci costruiamo idoli con le nostre mani e ne facciamo degli dei. Trasformiamo in divinità le nostre passioni, i nostri desideri, le nostre aspirazioni. E a loro riserviamo quello spazio che non vogliamo dare a Dio.
Alla fine, però, dovrà prevalere in noi Gadara o Gerusalemme, gli idoli o Dio. «Nessuno può servire a due padroni» (Mt 6, 24), dice il Signore. Bisogna scegliere:«Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde» (Mt 12, 30).
Dio sta alla porta e bussa: apriamogli. Apriamogli anche quell’angolo nascosto in fondo a noi che finora non gli abbiamo aperto, così da poter dire con l’Apostolo Paolo: Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me (Gal 2, 20).

(Omelia del 25 Giugno / 8 Luglio 2012)