Perché gli ortodossi festeggiano il Natale il 7 Gennaio?

 

«Natale? Il 7 Gennaio? E perché?». Molti cristiani ortodossi si sono sentiti declinare in un modo o in un altro una domanda come questa. A dire il vero, gli italiani fanno spesso fatica anche a capire cosa sia un cristiano ortodosso; e pensare che l’Ortodossia è la più importante minoranza religiosa in Italia. A complicare la faccenda c’è anche il fatto che non tutti gli ortodossi festeggiano il Natale il 7 Gennaio, ma questo è un altro problema: non ne parleremo diffusamente, ma ne accenneremo in fondo. Nelle righe seguenti cercheremo di chiarire le idee sul calendario della Chiesa Ortodossa. Continua a leggere “Perché gli ortodossi festeggiano il Natale il 7 Gennaio?”

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IN ATTESA DEL NATALE

San Massimo di Torino
In attesa di un sole nuovo

Vergine del Segno

I giorni si accorciano e l’inverno si avvicina. Da qui qui parte San Massimo per la sua meditazione in attesa della Natività del Signore. I giorni si accorciano in attesa di un sole nuovo che deve venire, quel “Sole di Giustizia” di cui parlano i testi liturgici della Chiesa. Così il santo vescovo invitava i sui fedeli a partecipare a questa attesa del creato con il digiuno e l’elemosina. Ancora oggi, milleseicento anni dopo, la Chiesa ci invita a prepararci alla Natività allo stesso modo. Il mondo è cambiato, il tempo passa, ma l’uomo, oggi come milleseicento anni fa, ha ancora bisogno di questa preparazione. Ha bisogno di far nascere Cristo dentro di sé. San Massimo parla così della cura che si deve avere nel lavare “con opere personali e assidue” la veste dell’anima: “Vestiamoci non con abiti di seta, ma con opere preziose”. E oggi quest’invito si fa sempre più necessario.
Nato nel IV secolo, San Massimo fu discepolo di Sant’Ambrogio di Milano e di Sant’Eusebio di Vercelli. È considerato il fondatore della diocesi di Torino di cui fu il primo vescovo. Si può dire che appartenne alla generazione aurea dei Padri della Chiesa del nord Italia, assieme ad altri santi quali Ambrogio di Milano, Zeno di Verona, Eusebio di Vercelli, Abbondio di Como, Gaudenzio di Novara, Cromazio di Aquileia… San Massimo è conosciuto soprattutto per la sua predicazione e per la sua fermezza nel combattere le superstizioni che al suo tempo erano ancora vive. Si addormentò nel Signore intorno all’anno 420. La Chiesa ne fa memoria il giorno 25 Giugno.

 

Sermone 61a. Prima del Natale del Signore

1. Anche se tacessi, fratelli, il tempo ci ricorda che il Natale di Cristo Signore è vicino; infatti l’estrema brevità dei giorni ha prevenuto la mia predicazione. Con le sue medesime ristrettezze il mondo avverte che è imminente un fatto che lo renderà migliore e con sollecita attesa desidera che il fulgore di un sole più splendido illumini le sue tenebre. Mentre, infatti, teme che il suo corso si riduca per la brevità delle ore, mostra una certa speranza che il suo anno ritorni nella primitiva condizione. Quest’attesa del creato (cf. Rm 8, 19) induce anche noi ad attendere che Cristo, nuovo sole che è sorto, illumini le tenebre dei nostri peccati e, quale Sole di giustizia (cf. Ml 4, 2), scacci in noi con la potenza della sua nascita la lunga oscurità dei peccati e non permetta che il corso della nostra vita sia ridotto da una tetra brevità, ma ci conceda che sia ampliato per effetto della sua potenza. Or dunque, poiché conosciamo il Natale del Signore anche perché il mondo ce lo indica, facciamo anche noi ciò che il mondo è solito fare, cioè, come in quel giorno il mondo prolunga la durata della sua luce, così anche noi estendiamo la nostra giustizia; e, come la luminosità di quel giorno è comune ai poveri e ai ricchi, così anche la nostra generosità sia comune ai forestieri e ai bisognosi; e come allora il mondo scaccia le tenebre delle sue notti, così anche noi tronchiamo le tenebre della nostra avarizia; e, come nel tempo invernale, scioltosi il gelo, i semi nei campi sono nutriti dal calore del sole, così anche nei nostri petti, scioltasi la durezza, il seme della giustizia cresca intiepidito dal raggio del Salvatore.

2. Dunque, fratelli, in attesa del Natale del Signore adorniamoci con vesti linde e pure. Parlo delle vesti dell’anima, non di quelle del corpo. La veste del corpo è un rivestimento di nessun valore, la veste dell’anima è un corpo prezioso. Quella è stata messa insieme dalle mani dell’uomo, questa è stata costituita dalle mani di Dio. E perciò richiede maggiore sollecitudine custodire senza macchia l’opera di Dio che mantenere incontaminate le opere degli uomini. La veste mondana, infatti, se è sporca, può essere lavata da un lavandaio salariato; la veste dell’anima, invece, una volta che si è macchiata, si lava a fatica e solo con opere personali ed assidue. Non le giova la mano dell’artigiano, non le giova l’intervento del lavandaio. L’acqua può lavare le membra contaminate della coscienza, ma tuttavia non le può purificare. Queste sono le vesti preziose dell’anima che l’evangelista Marco loda nel Salvatore con queste parole: E le sue vesti divennero splendenti, candidissime come la neve, quali nessun lavandaio sulla terra riuscirebbe a renderle (Mc 9,2). Si loda dunque la veste di Cristo perché risplendeva non per la tessitura, ma per la grazia; si loda la veste, non perché formata di fili sottili, ma perché concepita nell’integrità del corpo; si loda la veste, non quella tessuta dalla mano delle donne, ma quella che la verginità di Maria aveva procurato. E perciò in essa si esalta la bellezza del candore, perché non l’aveva resa immacolata la cura di un artigiano: Quali, dice, nessun lavandaio sulla terra riuscirebbe a renderle. Certamente un lavandaio non può preparare la veste di Cristo. Un lavandaio può dare splendore, bianchezza, pulizia, non può dare verginità, giustizia, bontà. L’una cosa dipende dalla fattura dell’opera, l’altra dalla natura della virtù. Il santo evangelista, infatti, loda in Cristo Signore queste vesti di virtù che anche il beato Davide esaltò con un’analoga affermazione, dicendo: Mirra, aloe e cassia dalle tue vesti preziose (Sal 44, 9). Infatti da questi profumi aromatici sono indicate le vesti delle sante virtù (cf. Lc 11, 41).

3. Dunque, fratelli, in attesa del Natale del Signore mondiamo la nostra coscienza da ogni feccia di peccato. Vestiamoci non con abiti di seta, ma con opere preziose. Gli abiti splendenti possono coprire le membra, non possono ornare la coscienza, anzi reca maggior vergogna incedere splendente nelle membra e passeggiare contaminato nell’animo. Orniamo dunque prima le disposizioni dell’uomo interiore, perché sia ornato l’abbigliamento anche dell’uomo esteriore; laviamo le macchie spirituali, perché risplendano in noi le vesti del corpo. Ma non giova nulla risplendere per i vestiti ed essere sudicio per le azioni turpi, dove infatti la coscienza è oscura, tutto il corpo è oscuro. Abbiamo però un mezzo per lavare le macchie della coscienza. Sta scritto infatti: Fate elemosina e tutto sarà mondo per voi (Lc 11, 41). È utile questo comandamento dell’elemosina, per mezzo del quale operiamo con le mani e siamo purificati nel cuore.
(Tratto da Massimo di Torino, Sermoni, Roma, Città Nuova, 2003, pp. 258-260)

San Pietro tra fede e speranza

Omelia per la nona Domenica di Matteo

Letture:
Apostolos: 1Cor 3, 9-17 (P9)
Evangelo: Mt 14, 22-34 (Gesù cammina sulle acque)

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“Uomo di poca fede”. È così che il Signore chiama San Pietro. E ci sembra quasi ingiusto: tra tutti i discepoli San Pietro è quello con la fede più pronta, assoluta. È lui a confessare per primo questa fede: “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente” (Mt 16, 16). C’è poi quella sua prima confessione di fede sul lago di Gennesaret: “Allontanati da me, Signore, poiché sono un uomo peccatore!” (Lc 5, 8). San Pietro è forse, tra i Dodici, il primo a credere veramente.

Seguendo i fatti narrati negli Evangeli, potremmo ricordare di San Pietro tutte
le tremende intenzioni
le rapinose esitazioni

(rubo queste parole a una nostra poetessa del secolo scorso).

Le tremende intenzioni: la confessione di fede in Cristo, poi quel suo dire “da chi andremo, Signore? Solo tu hai parole di vita eterna” (Gv 6, 68).

San Pietro, che all’Ultima Cena dice “se anche tutti fossero scandalizzati, io non mi scandalizzerò!”. San Pietro, che, nell’orto del Getsemani, trae la spada per difendere il Signore e ferisce un servo del sommo sacerdote.

Poi le rapinose esitazioni: San Pietro che fuori dal Sinedrio rinnega il suo Maestro, si scandalizza di lui. E non è colpa da poco, se il Signore stesso aveva detto:Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi” (Mc 9, 38).

Qual’è in fondo la differenza fra il tradimento di Giuda e quello di Pietro? L’uno consegna il Figlio di Dio agli uomini che lo vogliono morto, l’altro, davanti a quegli stessi uomini, lo sconfessa: “non conosco quell’uomo” (Mt 26, 72). Traditori entrambi, dunque. La differenza è nel dopo: Giuda capisce il suo peccato e dispera, si uccide; Pietro si pente. Pietro è un uomo di speranza. Si innalza nelle intenzioni, cade nell’esitazione, ma sempre si rialza.

Anche nella lettura di oggi si possono vedere queste caratteristiche di San Pietro. Egli è con gli altri discepoli sulla barca sbattuta dalle onde, quando vede il Signore camminare sulle acque. Anche gli altri lo vedono, ma lui è il solo a dire “Signore, se sei tu, comanda che io venga a te sulle acque” (Mt 14, 28). San Pietro non è un contemplativo, come San Giovanni, è un uomo d’azione, che subito cerca di mettere in opera, in azione la sua fede. Quando però si trova sbattuto dal vento esita, ha paura. Eppure sapeva che c’era il vento, visto che sino a poco prima, sulla barca con i suoi compagni, era stato sbattuto dal vento e dalle onde. Lo sapeva, ma aveva agito lo stesso, d’impulso, con entusiasmo, con fede pronta in Dio. Nella difficoltà, l’entusiasmo cede il posto all’esitazione. Pietro affonda, ma non dispera. Non cerca ti tornare alla barca a nuoto, perché sa che con le sue sole forze non potrebbe salvarsi. Invoca la salvezza da Dio: “Signore, salvami!” (Mt 14, 30). La fede per un attimo viene quasi meno, ma la speranza perdura.

Ed eccoci di nuovo a quella “poca fede” di cui il Signore accusa – bonariamente – San Pietro. Perché l’apostolo ha esitato? Perché le “tremende intenzioni”, le “rapinose esitazioni” sono nel cuore di ogni uomo: nel nostro come nel suo.

È abbastanza frequente che, nella nostra vita spirituale, noi facciamo una esperienza simile a quella di San Pietro sul lago di Gennesaret. Cominciamo un’opera, abbiamo grandi propositi, conosciamo tutte le difficoltà, ma appena quelle difficoltà ci si presentano materialmente, esitiamo. Una cosa è la teoria, altra cosa la pratica, verrebbe da dire. Qui non è però una questione di teoria e pratica. Qui la questione è più importante: è la questione della nostra fede. Avere fede vuol dire innanzitutto affidare la propria vita e la propria opera a Dio. Sarà Dio a decidere se l’opera è cosa sua o cosa nostra. Se le nostre intenzioni sono secondo la volontà di Dio, si avvereranno, altrimenti sono destinate a fallire. Per questo quando troviamo delle difficoltà esitiamo: abbiamo paura che quelle difficoltà siano un segno del fatto che le nostre intenzioni non siano secondo Dio. Ed è giusto avere questo dubbio, perché questo è un rischio reale, un rischio che corriamo sempre nella vita. Finché l’uomo non si è staccato dal suo amore per il mondo i suoi desideri sono legati al mondo. Nel dubbio, però, nella paura, non si deve disperare, ma dire come San Pietro “Signore salvami”.

La salvezza di cui ci parlano le Scritture non è qualcosa che interessa soltanto l’anima, come a volte si crede. L’uomo non è la sua anima. L’uomo ha un’anima, un corpo, delle opere, dei sentimenti.

“Signore, salvami” significa innanzitutto “Signore, sottraimi a questo mondo dominato dalla morte, dal dolore, dal peccato”.

“Signore, salvami” vuol dire “Signore predi tutto ciò che è tuo in me”. Prendi la mia anima, il mio corpo, i miei sentimenti, le mie intenzioni – quelle che ho portato a termine e quelle che non ho compiuto. Prendi il bene che ho fatto e lascia il male. Prendi il grano e disperdi al vento la pula

“Signore, salvami” significa “Signore, la mia vita appartiene a te”.

 (Omelia del 29 Luglio / 5 Agosto 2012)

Tra Gadara e Gerusalemme

Omelia per la quinta Domenica di Matteo

Letture:
Apostolos: Rm 10, 1-10  (P5)
Evangelo: Mt 8, 28 – 9, 1 (gli indemoniati gadareni)

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Gesù e gli indemoniati gadareni, di Fotios Kontoglou

L’episodio degli indemoniati gadareni ci mette davanti a due personaggi fondamentali: il primo di questi personaggi è il Maligno (i demoni che inabitano gli indemoniati); il secondo è Cristo. Ci sono poi gli abitanti della regione di Gadara (o Gerasa, secondo una diversa lezione). Sullo sfondo del racconto ci siamo noi.

Quando il Signore giunge nel paese dei gadareni i due indemoniati gli vengono incontro uscendo dai sepolcri dove abitano. Il testo evangelico ce li descrive, più che come uomini, come degli animali selvaggi. Dotati di forza fuori dal comune, incutono terrore agli abitanti della regione.
Fin dalle prime righe delle Scritture possiamo vedere il Maligno all’opera proprio per questo tipo di risultato. Se rileggiamo il racconto della creazione dell’uomo nel secondo capitolo della Genesi, possiamo notare quanto sia diversa la creazione dell’uomo rispetto a quella di tutti gli altri esseri viventi. Le piante, i pesci, gli uccelli e tutti gli altri animali sono creati da Dio col solo nominarli: «produca la terra animali viventi secondo le loro specie» (Gn 1, 24). L’uomo al contrario è plasmato nel fango, e prende a vivere solo quando Dio gli insuffla il suo Spirito, la sua Ruah. L’uomo non è un essere vivente qualsiasi: l’uomo è la terra stessa (qui simboleggiata dal fango) a cui Dio dona una vita che è parte di sé. L’uomo è la terra partecipe delle energie di Dio.
Il Maligno però si oppone sin dal principio a questa condizione propria dell’uomo e – per mezzo dell’uomo – della terra. Il Maligno non vuole che Dio irradi le sue energie sul mondo per farlo vivere di Lui. Il Maligno vuole che l’uomo – e, per mezzo dell’uomo, la terra – sia sotto il dominio della morte. Questo significano gli indemoniati che vivono nei sepolcri. Gli indemoniati gadareni sono l’uomo così come il Maligno lo desidera: soggetto alla morte, al peccato, lontano dalla vita divina, dalle energie di Dio.

Gli indemoniati si avvicinano al Signore supplicandolo di non tormentarli e di non cacciarli nell’abisso che è preparato per loro. Anzi lo supplicano di permettere loro di entrare in un branco di maiali che pascolavano nelle vicinanze. Il Signore lo permette e i demoni, lasciati i due uomini, entrano nel brancodi maiali che poi si gettano nel Mare di Galilea morendo tra le onde. Gli indemoniati sono guariti, strappati ai sepolcri in cui vivevano, restituiti alla comunità umana, restituiti alla vita, restituiti a Dio Vivente che è Dio dei vivi, non dei morti (Mt 22, 32). Questa è infatti l’opera di Cristo: strappare l’uomo alla morte e al peccato per restituirlo a Dio. Il Cristo che guarisce gli indemoniati di Gadara è quello stesso Cristo che è risorto dai morti che «con la sua morte ha calpestato la morte, ai morti nei sepolcri donando la vita».

È qui possibile fare una prima riflessione. Sebbene in questo racconto Gesù parli pochissimo, parlano però i suoi atti. Ciò che il Signore compie non è un semplice esorcismo, non è una semplice guarigione. È come un insegnamento, un discorso che Dio fa all’uomo.
Tu, uomo, hai peccato. E il peccato è stato una tua decisione.
Ti sei sottomesso all’inganno del serpente. Anche questa è una tua decisione.
Ti sei sottomesso al dominio della morte: conseguenza delle tue decisioni.
Io però sono venuto a te per rimettere il tuo peccato.
Io sono venuto a te per strapparti all’inganno del serpente.
Io sono venuto a te per strapparti al dominio della morte.
Io, uomo, sono venuto a te per riconciliarti a me, per riconciliarti a Dio.
E da te non voglio nulla in cambio: voglio soltanto che tu mi dica che sì, vuoi essere salvato, vuoi essere riconciliato a Dio.
Io sto alla porta e busso: per questo, uomo, io sono venuto a te.

E qui compaiono i gadareni, che, informati della fine del branco di maiali e della guarigione degli indemoniati, vengono a chiedere a Gesù di andarsene dalla loro terra. Perché?
Forse un branco di maiali era un prezzo troppo alto per due uomini restituiti alla vita e a Dio. Forse hanno semplicemente paura della manifestazione della potenza di Dio in mezzo a loro, nella loro terra.
Veniali e paurosi: come ci sono vicini i gadareni! Veniali e paurosi come noi. Veniali come noi che tante volte ci domandiamo se davvero ci conviene (o quanto davvero ci conviene) essere cristiani. Paurosi come noi che non riusciamo mai a offrire tutti noi stessi a Dio. Rispettiamo i digiuni e i precetti come i farisei che pagavano la decima anche sulla menta e sul cumino, ma ci riserviamo sempre un angolo nascosto dentro di noi, una nostra piccola Gadara spirituale, nella quale Dio non ha motivo di essere; e così viviamo la nostra vita spirituale tenendo un piede a Gerusalemme e l’altro a Gadara. Anche noi abbiamo paura di Dio, e chi ha paura non ama.

Gadara è terra di pagani. Gli ebrei infatti non mangiano il maiale, e quindi neppure lo allevano. La nostra Gadara spirituale è quella parte di noi che è ancora pagana, perché non ha ancora trovato Dio. È quella parte di noi che non ha ancora capito che Dio è Amore, un Amore che sta alla porta e bussa, e attende solo di essere ricambiato. E l’amore non si può ricambiare né con doni, né con denaro, né con sacrifici. L’amore si ricambia soltanto con l’amore. Noi, invece, come i pagani gadareni, ci costruiamo idoli con le nostre mani e ne facciamo degli dei. Trasformiamo in divinità le nostre passioni, i nostri desideri, le nostre aspirazioni. E a loro riserviamo quello spazio che non vogliamo dare a Dio.
Alla fine, però, dovrà prevalere in noi Gadara o Gerusalemme, gli idoli o Dio. «Nessuno può servire a due padroni» (Mt 6, 24), dice il Signore. Bisogna scegliere:«Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde» (Mt 12, 30).
Dio sta alla porta e bussa: apriamogli. Apriamogli anche quell’angolo nascosto in fondo a noi che finora non gli abbiamo aperto, così da poter dire con l’Apostolo Paolo: Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me (Gal 2, 20).

(Omelia del 25 Giugno / 8 Luglio 2012)