Perché l’ecumenismo è una eresia?

FrancisBartholomew

Spesso mi si chiede come mai molti ortodossi siano tanto contrari al movimento ecumenico e guardino ad esso con tanta ostilità, vedendovi addirittura una eresia. I motivi sono in realtà molti e gravi, e meritano una trattazione approfondita. Mi limiterò qui a poche note fondamentali, partendo dall’esempio di una eventuale unificazione tra cattolici ed ortodossi. Non ho assolutamente la pretesa di riferire qui, in poche righe, tutte le possibili interpretazioni di un problema che è di per sé assai complesso. Mi limiterò ad enunciare quella che credo possa considerarsi la critica più ovvia, e per certi aspetti quasi banale, dell’ecumenismo, e questo perché tale critica proprio per la sua ovvietà viene spesso ignorata.

Voglio prescindere per un momento dalla questione delle differenze dogmatiche, questione a cui molti sono oggi (del tutto ingiustamente) allergici, e partire da un punto di vista semplicemente pratico. Una eventuale unione tra cattolici e ortodossi è possibile solo in tre prospettive, o se si vuole tre vie, che vengo ad esaminare.

La prima via è quella che potremmo definire come un ecumenismo “cattolico”. In tale prospettiva, il Papa di Roma conserva la sua posizione attuale, rimanendo vescovo “universale” (secondo la definizione romano cattolica) , con giurisdizione su tutta la Chiesa. Questa è, di fatto, ancora oggi la posizione del Concilio Vaticano II e di molti documenti ufficiali recenti della Sede romana, nei quali si ribadisce che non vi è vera comunione con la Chiesa se non nella comunione con il Papa. E’ chiaro che una eventualità del genere sancirebbe la fine dell’Ortodossia per come la conosciamo attualmente. Nella Chiesa Ortodossa non esiste alcun primato universale, e i vescovi hanno tutti pari dignità. Ognuno di essi ha giurisdizione diretta nel proprio territorio, e non oltre. Possiamo dire che una prospettiva del genere porterebbe gli ortodossi a smettere di essere ortodossi.

Va notato che tale posizione non è affatto nuova. E’ quella che fu portata avanti al Concilio di Lione (nella seconda metà del XIII secolo), poi a quello di Ferrara-Firenze (nel XV secolo), e che fu poi messa fattivamente in atto con l’Unione di Brest (1595-96) e in generale con quello che gli ortodossi chiamano “uniatismo”. Questi tentativi di unificazione (o per meglio dire, di assimilazione degli ortodossi a Roma) furono sempre assai modesti nei risultati e contribuirono semmai a confermare gli ortodossi in un profondo atteggiamento antilatino, soprattutto a causa di avvenimenti storici incresciosi, come lo sterminio perpetrato dal Patriarca Veccos ai danni di quei monaci athoniti che si erano ribellati all’unione di Lione. Tanto basti per dire che questa via non è assolutamente percorribile da parte degli ortodossi.

La seconda via è del tutto speculare alla precedente, e potremmo definirla come un ecumenismo “ortodosso”. Secondo questa prospettiva, il Papa di Roma dovrebbe rinunciare alla sua posizione attuale, divenendo un vescovo come gli altri (o, se si preferisce, un Patriarca come gli altri). Vale qui il discorso fatto poc’anzi per gli ortodossi: nella eventualità di un tale cambiamento all’interno del Cattolicesimo romano, gli ortodossi manterrebbero forse la loro identità, ma sarebbero i romano-cattolici a perderla. Padre Gheorgij Florovskij fu per un certo tempo un convinto sostenitore di questa via. Egli era radicalmente convinto che gli ortodossi, partecipando al movimento ecumenico, potessero in qualche modo “rendere testimonianza” alla verità. Giunse presto al disinganno, constatando come lo spirito di fondo dell’ecumenismo non permettesse una tale testimonianza.

“La nostra salvezza sta solo col Papa e nel Papa” diceva Giovanni Bosco. Ovviamente dai suoi tempi molta acqua è passata sotto i ponti, e oggi pochissimi userebbero una espressione di questo tipo. Questo però non significa affatto che per il Cattolicesimo la figura del Papa abbia perso importanza. Per molti versi, al contrario, il Papa riesce in popolarità a reggere nonostante la crisi profonda del Cattolicesimo. Saranno davvero disposti, i cattolici, ad abbandonare l’idea che la Chiesa sia retta visibilmente da un solo Vicario di Cristo? Essendo io ortodosso mi astengo dall’esprimermi per conto loro, sebbene tutto mi porti a congetturare una risposta negativa.

Queste due prime vie partono dal presupposto che la strada dell’unità sia innanzitutto una strada di assimilazione, questo perché ambedue partono da una percezione molto netta della realtà della Chiesa. Se infatti vi sono molte differenze dottrinali tra ortodossi e cattolici (anche se per semplicità mi sono limitato solo al problema della Giurisdizione universale del Papa), è ovvio che vi siano anche dei punti in comune.Tra questi punti in comune c’è la fede ferma nel fatto che la Chiesa sia già visibilmente unita ed unica. Sia gli ortodossi che i cattolici si riconoscono nella Chiesa ”Unica, Santa, Cattolica ed Apostolica”, secondo le parole del Simbolo niceno-costantinopolitano. La differenza (che non è di poco conto) consiste semmai nell’identificazione di quale sia la vera Chiesa, se sia cioè la Chiesa Ortodossa o il Cattolicesimo romano.

Veniamo dunque alla terza via: l’ecumenismo “protestante”, ovvero quella che viene generalmente detta “unità nella diversità”. Si tratta della prospettiva di fondo che anima il movimento ecumenico sin dalla sua origine. Varrà la pena di ricordare come l’ecumenismo sia nato nell’ambito del protestantesimo liberale e si sia nutrito di alcune sue idee di fondo. Va da sé che un protestante autentico, che prenda sul serio i punti fondamentali della Riforma, non potrà mai accettare un compromesso su tali punti. L’ecumenismo nasce infatti nel mondo protestante per il mondo protestante. Fuori dall’ottica della Riforma, esso scolorisce del tutto e perde di senso.
Nella nostra ipotesi iniziale, quella di una unificazione di cattolici ed ortodossi, l’unità nella diversità potrebbe avere solo due esiti antitetici. Un primo possibile esito sarebbe quello di una unità o comunione formale in cui si continua ad essere divisi su tutto: se mi si passa la metafora, sarebbe come passare dal divorzio alla separazione legale. Un altro possibile esito sarebbe quello della relativizzazione della fede: essere insieme credendo che ciò che ci divide sia soltanto relativo, e non assoluto. Questo significherebbe la perdita di identità sia per i romano-cattolici che per gli ortodossi.

Bisogna notare che questa prospettiva dell’unità nella diversità, a differenza dalle precedenti, parte dal presupposto che la Chiesa non sia visibilmente unita. L’unità della Chiesa è qui considerata o come unità invisibile da rendere visibile, o come unità solo potenziale da mettere, se così si può dire, in atto.
E’ assai curioso il fatto che sia i cattolici romani che gli ortodossi pur professando ognuno la propria forma di ecumenismo (le prime due vie di cui ho parlato) abbiano poi firmato documenti come la Charta Oecumenica [1] che sono chiare espressioni di questa terza via.

Entriamo qui nel problema delle differenze dogmatiche tra cristiani di diversa confessione. Dobbiamo a questo punto porci una serie di domande: quanto sono importanti tali differenze? Siamo davvero disposti a rinunciarvi? Un autore protestante, Alphonse Maillot, ebbe a scrivere riguardo ai rapporti  tra cattolici e protestanti, le righe che riporto:

«Bisogna chiedersi se è a causa di un’autentica convinzione cristiana che cattolici e protestanti oggi si tendano la mano o se non è, spesso, per tiepidezza ed indifferenza. Come due valorosi guerrieri stanchi di lottare senza conoscerne bene il motivo, acconsentono a stringersi la mano prima di coricarsi per dormire o per morire. Non credo che sia sempre un’autentica riconciliazione. Ci si può chiedere se la cessazione della reciproca accusa di eresia non provi semplicemente che gli uni e gli altri hanno rinunciato alle loro profonde convinzioni per trasformare in compromessi le loro approssimazioni. Il problema va posto.» [2]

Maillot tocca qui un problema profondo. Il movimento inter-cristiano, col suo strascico di dialoghi, concelebrazioni, dichiarazioni comuni, non è forse altro che il sintomo di un male che oggi indispone quasi tutte le Confessioni cristiane: la mancanza di fede. Con l’avanzata della secolarizzazione e il distacco sempre crescente tra le masse, solo nominalmente cristiane, e la Chiesa (qualunque cosa si intenda per “Chiesa”), è chiaro come tutte le Confessioni cristiane stiano attraversando un momento di profonda crisi spirituale, del tutto parallela alla crisi culturale che interessa in genere l’Occidente. Il minimalismo e il relativismo dogmatico sottesi all’ecumenismo sono, da questo punto di vista, la versione teologica del relativismo culturale che oggi tanto è in voga. Bisogna aggiungere che, come il relativismo culturale è il sintomo della crisi di identità dell’Occidente (Occidente che sembra avere ormai rinnegato le sue radici greco-latine, almeno quanto quelle cristiane), allo stesso modo l’ecumenismo non è che il sintomo di una perdita di fede. E’ chiaro che non si tratta dell’unico sintomo di questa malattia. E’ però uno dei sintomi più evidenti quest’oggi.

Concludendo, alla domanda se l’ecumenismo sia una eresia, credo di poter rispondere che esso è forse molto più che una semplice eresia.

Mi si obietterà forse che le “guerre sante” del passato non sono certamente state sintomo di salute spirituale, il che è per certi versi cosa vera. E’ anche cosa vera però che le “guerre” (sante o meno) tra i cristiani dei secoli passati hanno sempre avuto dei motivi. Il fatto di non farsi guerra non rende di per sé i cristiani di oggi migliori di quelli di ieri. Credo che sarebbe segno di grande superbia spirituale oggi, per un ortodosso, il ritenersi più cristiano di San Gregorio Palamas (che ebbe parole di fuoco contro i latini), più o meno come sarebbe segno di superbia, per un cattolico romano, il credersi più cristiano di quel Tommaso d’Aquino che fu autore di un trattato Contra errores graecorum.


[1] Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa – Conferenza delle Chiese europee, Charta Oecumenica. Un testo, un processo, un sogno delle Chiese in Europa, Torino, Claudiana – Elledici, 2007. Si vedano, oltre al testo della Charta, anche i commenti entusiastici di tanti teologi sia ortodossi che cattolici raccolti nel volume.

[2] Alphonse Maillot, Les Miracles de Jesus et nous, Tournon (F), Editions Réveil, 1977 («Cahiers de Réveil»); trad. it.: I miracoli di Gesù, Torino, Claudiana, 1990, p. 75


Per approfondire, si può consultare una serie di articoli e testi sull’ecumenismo da un punto di vista ortodosso

 

Meditazione sul Natale

 

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Cristo è nato!
Oggi nasce da una donna, nasce sotto la Legge, colui che fu Autore della Legge.

E noi dobbiamo chiederci cosa significa questa Nascita per la nostra vita, per la vita di ognuno di noi. Perché per ognuno di noi vale oggi quello che accadde a Israele duemila anni fa.

“Venne nel suo”, ci dice l’Evangelista Giovanni, “e i suoi non lo riconobbero”. Non si trovò posto per lui nell’albergo e dovette nascere in una grotta e giacere tra un bue e un asino, poiché, come dice il profeta Isaia “il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone; ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende” (Isaia 1, 3)

Dovremmo chiederci: lo riconosciamo noi? Gli diamo alloggio?

Se la Nascita di Cristo è solo una memoria liturgica, allora Cristo è nato invano. Come, se fosse solo una memoria liturgica la Pasqua, Cristo sarebbe risorto invano. In realtà noi sappiamo che, così come, risorgendo dai morti, Cristo ha distrutto la morte per noi tutti (e non soltanto per sé), allo stesso modo il Signore, nascendo nella carne e assumendola in sé, ha santificato la carne di noi tutti e non soltanto la sua.

Dio si è incarnato per avvicinarci a Lui, si è fatto uomo perché l’uomo potesse farsi Dio.

Ecco dunque che noi oggi non celebriamo soltanto la memoria liturgica della Nascita di Cristo: noi celebriamo la volontà che Dio ha reso manifesta di riportarci a sé, noi che da Lui ci eravamo allontanati. Ritorna quindi la domanda: lo accogliamo noi?

Se Cristo è venuto nella carne per ricondurci a Dio, accoglierlo significa innanzitutto comprendere quanto siamo distanti da Dio e quanto avevamo bisogno di Lui per essere a Lui ricondotti. E non parliamo solo della condizione generale dell’umanità, ma della condizione di ognuno di noi. Ognuno di noi, infatti, è singolarmente lontano da Dio e bisognoso di essere ricondotto a Lui. Se diciamo che Dio, incarnandosi, ha santificato la carne di noi tutti, non vogliamo dire che abbia santificato l’umanità in generale. A Dio non interessano i concetti filosofici: Egli ha voluto e cercato la santificazione della carne di ognuno di noi.

Il Natale così è uno di quei momenti dell’anno in cui noi possiamo fermarci per un attimo a riflettere per stabilire quanti sforzi abbiamo fatto per accogliere Cristo in noi, e quanti sforzi restano ancora da fare. E, se siamo sinceri con noi stessi, scopriremo che pochi sono gli sono gli sforzi fatti, e tanti gli sforzi ancora da fare.

Un antico inno cristiano ci parla di questo mistero della nascita di Cristo:

“Il suo amore per me ha umiliato la sua grandezza.
Si è fatto simile a me perché io lo riceva,
Si è fatto simile a me perché di lui io mi rivesta.
Non ho paura di vederlo, perché Egli è per me misericordia.
Egli ha preso la mia natura perché così io lo comprenda,
il mio volto perché da lui non mi distolga.”

Se noi vogliamo che il Natale non sia soltanto una memoria liturgica inutile, allora dobbiamo diventare noi stessi Betlemme, dobbiamo diventare noi stessi la Grotta. E’ dentro di noi che il Signore deve nascere. “Mille volte nasca Gesù a Betlemme” scrisse un poeta, “Se non nasce in me, nasce invano”.

A Lui onore e gloria, ora e sempre e nei secoli dei secoli.

Amen.

(Omelia del 25 Dicembre 2016 / 7 Gennaio 2017)

 

Se la tua religione

“Se la tua religione ti porta a odiare qualcuno, allora hai bisogno di una nuova religione.” Questa frase circola da un po’ nei social network a firma della “Chiesa Pastafariana”.

13923767_1338282196200772_6597681604676551045_o-1Per chi non lo sapesse i “pastafariani” sono degli atei anticlericali buontemponi, in fondo neppure del tutto antipatici. Ogni tanto organizzano un raduno e lì indossano un curioso copricapo costituito da uno… scolapasta. L’idea di fondo (a suo modo, bisognerà pur ammetterlo, geniale) del “Pastafarianesimo” è di “dimostrare” l’assurdità delle religioni dando vita a una pseudoreligione dai tratti assurdi. In pratica il messaggio è: “l’effetto che noi facciamo a te (credente) e lo stesso che tu fai a noi”. Troppo faticoso, d’altra parte, controbattere le idee altrui, meglio ridicolizzarle; è un po’ come quando, alla fine del XIX secolo, si ironizzava sulla teoria dell’evoluzione pubblicando caricature di Charles Darwin con sembianze scimmiesche. Insomma, è gente  dall’umorismo un po’ retrò.

Non mi interessa comunque parlare dei pastafariani, avevo solo bisogno di contestualizzare l’immagine di cui ho scritto sopra.

Mettiamola così: se non ci fosse stata la firma esplicita dei pastafariani, io avrei interpretato quella frase in chiave anti-islamica. So benissimo che gli islamici non sono tutti terroristi o jihadisti (anzi, nella stragrande maggioranza non lo sono affatto), ma il clima attuale mi avrebbe portato ad interpretare in questo modo. C’è però quella firma, e io so che i pastafariani (almeno quelli nostrani) non si preoccupano dell’Islam. Il loro vero nemico è il Cristianesimo, tutto il resto è contorno. In teoria non fanno distinzioni tra le varie credenze religiose, considerandole tutte false allo stesso modo, ma all’atto pratico la fede religiosa presa più di mira (anche per ovvi motivi culturali) è il Cristianesimo. E qui è il problema. Se il riferimento è al Cristianesimo, che c’entra l’odio? Il Cristianesimo porta ad odiare qualcuno?

Poiché tra le mie conoscenze c’è anche un pastafariano, ho avuto modo di discutere con lui della cosa, e così ho scoperto tantissime cose nuove, che vengo ad elencare.

Ho scoperto che i cristiani odiano gli omosessuali. Non lo sapevate? Ebbene, non lo sapevo neppure io. Pare che il problema sia soprattutto la contrarietà dei cristiani al matrimonio di persone dello stesso genere, oltre al fatto di considerare immorali gli atti sessuali di natura omosessuale. Ho cercato di spiegare al mio amico pastafariano che il fatto di stigmatizzare la condotta altrui non significa assolutamente odiare. Io credo che la sessualità esercitata tra persone dello stesso genere sia peccato, così come credo che sia peccato la gola, l’accidia, la superbia. Credo però di non aver mai odiato nessuno per il semplice motivo di commettere un qualche peccato (anche perché vale sempre il detto “Chi è senza peccato scagli la prima pietra” e io non sono senza peccato). Sembra però che il semplice fatto di essere contrari a certi diritti (veri o presunti che siano) sia segno inequivocabile di “omofobia”. Va da sé che viviamo in uno Stato laico, e  le persone omosessuali hanno tutto il diritto di lottare per quelli che ritengono loro diritti naturali. Quello che non possono pretendere è che noi siamo d’accordo. Anche dissentire è un diritto.

Ho scoperto che i cristiani odiano anche le donne. La cosa buffa è che i cristiani, per una buona metà, sono proprio donne. Se ci limitiamo a chi professa la fede cristiana con più convinzione, le donne sono addirittura in netta maggioranza. Ne viene fuori che le donne cristiane odiano le donne, e quelle particolarmente convinte le odiano in modo particolarmente feroce. Ho cercato di far notare l’incongruenza di questa cosa, ma senza risultati apprezzabili. L’amico pastafariano tira diritto nella sua convinzione: i cristiani relegano la donna a ruoli di second’ordine, tipo dare la vita a nuovi esseri umani ed educare le nuove generazioni, in più negando loro i più elementari diritti civili, come ad esempio l’interruzione di gravidanza o l’opportunità di dare “in affitto” il loro utero per dare modo a qualche riccone di permettersi di avere un figlio proprio, con il proprio DNA, senza doverlo prendere magari in qualche orfanotrofio, che non sai mai cosa trovi.

E fin qui le scoperte divertenti. Arriva purtroppo anche il momento della serietà, e così scopro, tra le altre cose, anche che  la Bibbia è piena di pagine atroci “come il Corano”. E come se non bastasse mi ha anche fatto una serie di esempi: versetti e interi episodi che dimostrano come il Cristianesimo non sia quella “Religione d’Amore” che pretende di essere. Quanto a sangue ed atrocità la Bibbia sarebbe “allo stesso livello del Corano”. Dubito che l’amico pastafariano abbia mai letto una singola riga della Bibbia o del Corano, e so anche che esiste una questione ermeneutica per il Corano così come esiste per la Bibbia. C’è però una differenza fondamentale tra la Bibbia e il Corano, ed è necessario comprenderla appieno prima di fare qualsiasi paragone.

Il Corano è un testo unitario, scritto in un periodo di tempo ristretto, per mano di una sola persona. Per un islamico tutto quello che c’è scritto nel Corano ha più o meno lo stesso valore.
La Bibbia è un insieme di libri, scritti in un periodo di almeno mille anni per mano di diversi autori. In particolare vi si distinguono due parti, una ebraica (il Vecchio Testamento) e una greca (il Nuovo Testamento). Per un cristiano ciò che è scritto nella Bibbia non ha sempre lo stesso valore. Per un cristiano tutto l’Antico Testamento va interpretato alla luce del Nuovo: “Voi avete udito che fu detto: ‘Occhio per occhio e dente per dente’. Ma io vi dico: non contrastate il malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra”.
Già è abbastanza sciocco estrapolare dal contesto dei versetti del Corano per dimostrare chissà cosa, ma è ancor più sciocco cercare nell’Antico Testamento episodi o versetti cruenti o sanguinosi. Quella parte della Bibbia era transitoria, oggi non ha valore in sé, ma solo interpretata alla luce del messaggio cristiano. Quello che c’è scritto nel Corano per un islamico ha invece un valore abbastanza assoluto, fermo restando il fatto che anche nell’Islam c’è una cosa che si chiama “interpretazione della Scrittura”.
Che dire allora?
Spero che il mio amico non se ne abbia a male, ma, poiché l’Evangelo mi chiama ad amare anche i miei nemici, non sento il motivo di cambiare la mia religione. Resto in attesa che egli consideri con più attenzione ciò che predica la sua.

p. Daniele

“Voi siete la luce del mondo”

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Appunti per l’omelia della Domenica dei Padri dei primi sei Concili Ecumenici

Letture:
Apostolo: Tito 3, 8-15
Evangelo: Matteo 5, 14-19

“Voi siete la luce del mondo”, dice il Signore.
A che serve la luce? Semplice: a illuminare. Per questo la luce va messa in alto: più in alto è, più persone potranno vederla splendere. E più forte sarà questa luce, più sarà possibile vederla da lontano.

Si fa spesso un errore nell’interpretare questo detto evangelico. Noi siamo portati a intendere questa luce in senso morale. Questo non è sbagliato, di per sé; la fede cristiana ha anche le risposte agli interrogativi morali dell’uomo. E spesso l’interrogativo morale è nell’uomo quanto di più vicino possa esserci all’interrogativo spirituale. Così può accadere che qualcuno si avvicini alla fede grazie a questo suo aspetto più “umano”, che è appunto l’etica. Sbagliamo però se intendiamo questa luce solo in senso morale, sbagliamo, cioè, se riduciamo la nostra testimonianza di fede a una testimonianza di tipo morale.

“Splenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli”: nessuno potrà vedere le nostre opere buone, se non avrà visto anche la nostra luce, la luce della fede da cui quelle opere sono originate. E nessuno potrà vedere la luce della nostra fede se non nelle nostre opere. Noi spesso ci illudiamo, pensando che gli altri possano vedere le nostre opere e vedere poi la fede che c’è dietro. Questo però non accade quasi mai, per due motivi fondamentali.

Il primo motivo è che non sempre le nostre opere sono così lineari, così cristalline. “Non c’è uomo che viva e non pecchi, Tu solo infatti sei senza peccato” Spesso le nostre opere sono contraddittorie. A volte non sono affatto buone; diamo spesso un pessimo esempio di noi, e questo sì che agli occhi del mondo è visibile! Il mondo vede le nostre cattive opere molto più di quanto veda quelle buone. E non di rado gli altri vedendo le nostre cattive opere sono scandalizzati e rifiutano la nostra fede. Come sono i cristiani agli occhi del mondo? Litigiosi come gli altri, bugiardi come gli altri, ladri come gli altri, adulteri come gli altri. E quando non appaiono così, appaiono come farisei pronti al giudizio e alla condanna verso il prossimo.

Il secondo motivo è più interiore. Noi molto spesso trasformiamo la nostra fede in un sistema più o meno ordinato di osservanze: assistere alle Funzioni religiose in chiesa, fare i digiuni, astenersi da certe azioni (considerate cattive) e cercare invece di farne altre (considerate positive). Tutte queste osservanze sono utili, ci aiutano nella nostra vita spirituale. Noi però spesso le trasformiamo in un modo per confortarci. È come se dicessimo: io sono un buon cristiano, perché a casa ho il mio angolo delle icone con davanti un lumino, e recito le preghiere del mattino e della sera. Ovviamente è una buona cosa avere un angolo delle icone a casa, ed è una cosa buona recitare le preghiere del mattino e della sera. Noi però non saremo giudicati da Dio  in base a questo: saremo giudicati in base a cosa abbiamo fatto (o detto, o pensato) dal momento in cui finiamo le preghiere del mattino fino al momento in cui cominciamo le preghiere della sera. Se ne deve dedurre che l’angolo delle icone e le le preghiere non servano a nulla? Niente affatto. Ci servono per aiutarci nella nostra vita di fede. Preghiamo al mattino per aiutarci a cominciare una giornata da cristiani, e la sera per concluderla. Però dobbiamo avere chiaro in mente che la cosa importante è di sforzarci a vivere da cristiani tutta la nostra giornata, cioè tutta la nostra vita.

Cosa dobbiamo fare, allora, per essere la luce del mondo?
San Serafino di Sarov diceva: “acquisisci il Santo Spirito, e mille troveranno la salvezza intorno a te”. E spiegava come i digiuni, le veglie, le preghiere non siano il fine della vita cristiana. Il fine della vita cristiana è l’acquisizione dello Spirito, e queste opere ci servono come un mezzo per arrivare al fine. Questo significa che da un lato queste cose sono indispensabili, da un altro sono invece secondarie. Sono indispensabili per divenire ricettacoli di Grazia, e per questo motivo, noi tutti dovremmo pregare di più, digiunare di più, vegliare di più. Sono secondarie perché nessuno di noi si salverà soltanto perché ha osservato questi precetti, e nessuno di noi si perderà soltanto perché non li ha osservati

Se vogliamo essere luce per il mondo dobbiamo innanzitutto vivere in Cristo. Non dobbiamo essere noi a vivere, ma Cristo deve vivere in noi, come diceva San Paolo. Non è nostra la luce che deve splendere. Per quanti sforzi possiamo fare la nostra luce non illuminerà nessuno. Sforziamoci di essere luci riflesse dell’unica luce realmente in grado di risplendere nelle tenebre, la luce di Cristo.

(Omelia del 18 / 31 Luglio 2016)

Sulla festa dei Santi Pietro e Paolo

“Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente”, dice Pietro. E Cristo è il fondamento della Chiesa, ci insegna Paolo. E “nessuno può porre un fondamento diverso”.
Noi siamo chiamati così a professare la fede di Pietro e Paolo: la fede nel Cristo, Figlio del Dio Vivente e fondamento su cui è edificata la Chiesa.

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Quella dei Santi Protocorifei degli Apostoli Pietro e Paolo è una delle feste più importanti del menologhion. Ce ne rendiamo conto se consideriamo innanzitutto che questa festa è preceduta da un  periodo di digiuno. Ci sono solo altre tre feste precedute da un digiuno simile: la Pasqua, la Natività e la Dormizione. Così, già da questo, possiamo vedere che questo giorno, pur non rientrando nel gruppo delle dodici Grandi Feste del Dodecaorto, ha una sua importanza. Infatti il “Digiuno degli Apostoli” è molto antico.

Pietro e Paolo furono diversi sotto molti aspetti.

Pietro, il cui nome originale era Simone, non aveva una grande istruzione, e faceva il pescatore. Fu forse discepolo di San Giovanni Battista insieme a suo fratello Andrea, e fu posto dal Signore a capo del collegio apostolico. Fu il Signore stesso a mutare il suo nome in Kefà, che in aramaico significa “pietra” da cui viene il nome greco con cui lo chiamiamo ancora oggi. Questo soprannome ha fatto nascere purtroppo una incomprensione. Gesù dice infatti: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Alcuni hanno pensato che qui il Signore si riferisse proprio alla persona di Simon Pietro, ma la pietra di cui parla Gesù non è Pietro, ma è la confessione di fede di Pietro.
Della sua vita noi ricordiamo soprattutto alcuni episodi, che ce lo mostrano per quello che era: un uomo di grande passione, pronto alla chiamata di Dio, ma anche debole. Pietro è il primo a credere, il primo a vacillare nella fede, il primo a ritrovare la fede. Lui per primo confessa la fede in Cristo come Figlio di Dio, lui per primo tradisce Gesù nella notte della Passione, lui per primo entra nel sepolcro vuoto.

Al contrario di Pietro, Paolo aveva studiato a Tarso, sua città natale, ed era stato discepolo a Gerusalemme di Gamaliele, uno dei più importanti maestri ebrei del tempo.

Paolo, il cui primo nome era Saulo, come il primo re di Israele, non conobbe il Signore in vita, ma lo vide solo in visione. In principio era stato, da fervente fariseo, uno strenuo oppositore della Chiesa, e si convertì a Cristo dopo una visione avuta proprio mentre si recava, con lettere di accompagnamento dei sacerdoti di Gerusalemme, a fare arrestare i cristiani di Damasco. Anche Paolo è un uomo di grande passione: si occupa senza risparmio delle sue comunità, procurandosi da vivere con il mestiere di tessitore di tende, e rischiando più volte la vita a causa della sua predicazione.

Probabilmente, proprio il loro carattere passionale (in senso buono) accomuna questi due Apostoli: nella Chiesa non c’è posto per i tiepidi, non c’è posto per chi vuole servire a Dio e al mondo. Pietro e Paolo mettono in primo piano Cristo. Per loro non c’è niente di più importante: nessun precetto è più importante di Cristo, nessun “canone” è più importante di Cristo, nessun segno esteriore.

“Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente”, dice Pietro. E Cristo è il fondamento della Chiesa, ci insegna Paolo. E “nessuno può porre un fondamento diverso”.
Noi siamo chiamati così a professare la fede di Pietro e Paolo: la fede nel Cristo, Figlio del Dio Vivente e fondamento su cui è edificata la Chiesa.

Finché la fede dei cristiani rimarrà fondata su questa roccia, le porte dell’Ade non prevarranno contro di essa, come non prevarranno sulla Chiesa, perché essa è fondata sul Cristo Risorto dai morti, il Dio Vivente. Se però la fede dei cristiani si spegne e diventa tiepida, se  sostituiamo Cristo con un altro fondamento, per quanto possa essere nobile, allora noi non siamo più la vera Chiesa. Allora si ripeterebbe in noi il peccato dei Progenitori, poiché ciò che non è fondato in Cristo è fondato sull’uomo, e ciò che è fondato sull’uomo è pula sparsa al vento.

(Omelia del 29 Giugno / 12 Luglio 2016)

I Cretesi son tutti bugiardi

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156 i vescovi presenti, contro 134 assenti. Sessant’anni di preparativi, di assemblee e riunioni “preconciliari” per arrivare a questo. Il “Grande e Santo Concilio Panortodosso”  tenutosi nell’isola di Creta ha offerto al mondo intero uno spettacolo semplicemente indecoroso. I numeri sono il segno tangibile del fallimento, al di là dei risultati stessi, al di là della bontà o meno dei documenti sinodali prodotti.

I Cretesi son tutti bugiardi, male bestie, ventri pigri” scriveva San Paolo a Tito, citando un noto detto di Epimenide. E continua: “per questo motivo riprendili severamente, affinché siano sani nella fede, senza attenersi a favole giudaiche né a comandamenti di uomini che rifiutano la verità. Certo, tutto è puro per i puri, ma niente è puro per i contaminati e gli increduli; anzi, sia la loro mente che la loro coscienza sono contaminate. Essi fanno professione di conoscere Dio, ma lo rinnegano con le opere, essendo abominevoli, disubbidienti e incapaci di ogni opera buona” (Tt 1, 12-16)


Queste parole mi hanno dato molto da pensare, anche se ovviamente i vescovi convenuti a Creta non sono cretesi in senso stretto. Il luogo mi sembra però altamente simbolico. Quale significato dare alla riunione tra i Primati delle Chiese Ortodosse ufficiali? Mi provo a stendere poche semplici note di bilancio. Questo è ovviamente soltanto il mio punto di vista; il punto di vista di un sacerdote ortodosso appartenente a una Chiesa che ha deciso di rifiutare qualsiasi tipo di comunione con le Chiese ortodosse ufficiali.

Credo che si debba partire dal protagonista assoluto. Il Patriarcato di Mosca ha dominato le scene astenendosi dal partecipare all’evento ed ergendosi così a paladino dell’Ortodossia contro il Patriarca Ecumenico Bartolomeo. Pochi hanno voluto rimarcare un inevitabile dato politico: all’interno dell’ortodossia mondiale, il Patriarcato di Mosca conta più o meno la metà dei fedeli. Un dato che non era possibile far valere a Creta, viste  le regole stringenti, sulle quali c’era comunque un largo consenso che non può non suscitare stupore. Essendo un “Concilio” di Primati e di delegazioni (e non di vescovi in quanto vescovi), a Creta Mosca avrebbe contato più o meno quanto Costantinopoli. Perfettamente naturale che infine si sia scelto di far valere comunque i numeri. Mosca ha comunque saputo mantenere un equilibrio da fare invidia al Cardinale Richelieu: si è tenuta lontana dalla riunione, riconoscendola però come una (ennesima) conferenza preconciliare. Insomma, Mosca paladina degli ortodossi, ma con giudizio.

Coniugando motivazioni serie e quisquilie, anche altre Chiese erano assenti a Creta.
La Chiesa di Antiochia ha presentato alcuni argomenti di una certa importanza: l’inaccettabilità del documento preconciliare sul Matrimonio in primis, oltre alla non accettazione da parte antiochena delle regole procedurali del “Concilio”. E meno male. Almeno qualcuno aveva notato che in quelle regole c’era qualcosa di storto. C’è da dire che il motivo fondamentale dell’assenza dei delegati antiocheni è stata molto più probabilmente la presenza di quelli gerosolimitani. C’è infatti in corso una querelle di un certo peso tra i Patriarcati di Gerusalemme e Antiochia riguardo alla giurisdizione del ricco Qatar. Vile pecunia, insomma.

La Chiesa di Bulgaria si è tirata indietro adducendo alcune ragioni effettivamente ragionevoli (quali ad esempio il disaccordo su alcuni dei testi in discussione), ma anche le eccessive spese da sostenere…

La Chiesa di Georgia è riuscita a mostrarsi più coerente. Pur di frenare l’emorragia in atto al suo interno, ovvero i molti chierici e fedeli che lasciano la Chiesa ufficiale per unirsi alla Chiesa dei Veri Cristiani ortodossi di Grecia, essa ha anche abbandonato (fin dal 1997) il movimento ecumenico; ciononostante continua a mantenersi in comunione con le altre Chiese ufficiali.

Nonostante le regole prefissate fossero sfavorevoli a Mosca, l’assenza dei russi (per tacer degli altri) si è fatta comunque sentire. Eppure non sono mancati i trionfalismi: pochi ma buoni, andiamo avanti così, a costo di essere ridicoli. Questo sebbene i vescovi presenti a Creta non rappresentassero che un terzo dell’Ortodossia mondiale.

Per quanto riguarda l’esegesi dei testi sinodali, non ho intenzione di sbilanciarmi troppo. I testi non sono troppo dissimili da quelli preparatori e ognuno può leggerli da sé e farsene una idea. Sono scritti in politichese stretto, ma questo non dovrebbe essere un gran problema. In generale c’è un punto che sembra risuonare in modo assolutamente chiaro: il “Grande e Santo Concilio” ritiene che il dialogo ecumenico sia irrinunciabile sotto tutti i punti di vista, al punto di reputare “degni di condanna” quanti vi si oppongono in nome della purezza della fede. Questo nonostante tutti i distinguo sulle parole (c’è stata una discreta discussione sul fatto di considerare o meno come vere chiese le confessioni di fede occidentali): in definitiva una vittoria del fronte costantinopolitano e in particolare del Metropolita di Pergamo Ioannis Zizioulas, anche se solo una vittoria in sordina.

E qui vengono le considerazioni.

In primo luogo, è stato coerente il comportamento degli assenti? No, non lo è stato nel modo più assoluto. Avrebbero potuto partecipare e far saltare tutto, ma si sono limitati a guardare da lontano per evitare di sporcarsi troppo le mani. Se avessero partecipato non avrebbero potuto fare a meno di riconfermare l’assenso già dato a suo tempo ai documenti sinodali. Ovviamente esiste il diritto universale di cambiare idea su qualcosa. Personalmente però non ho ben chiaro se abbiano davvero cambiato idea.

In secondo luogo, perché i Patriarcati di Mosca, Antiochia e Bulgaria che, tutti, hanno espresso perplessità sul documento “Relazioni della Chiesa Ortodossa con il resto del mondo cristiano”  non abbandonano il movimento ecumenico? Vale quanto già detto: quel documento, a quanto pare, era stato firmato all’unanimità dai delegati della “Quinta Conferenza Panortodossa preconciliare”, tenuta a Chambesy nell’Ottobre del 2015. Quindi la domanda è: vogliamo giocare a fare i duri e puri dell’Ortodossia tenendo però anche un piede nel movimento ecumenico?

“Sia il vostro parlare: si,si; no, no” disse il Signore (Mt 5, 37). Anche sul piano della sincerità evangelica Creta è stata un fallimento. Abbiamo letto molti giri di parole e molta retorica da parte di chi vi si è recato. Abbiamo notato una non meno ampollosa retorica nei silenzi di chi non lo ha fatto. I cretesi son tutti bugiardi, ma anche gli altri non scherzano.

p. Daniele Marletta

Alcune utili letture (profane) per la Grande Quaresima

Libri-antichi
Quello che scriverò ad alcuni potrà sembrare provocatorio, ma non è assolutamente questa la mia intenzione. È chiaro che durante la Grande Quaresima (e durante i digiuni in genere) sarebbe meglio bandire ogni lettura profana e dedicarsi interamente alla lettura delle Scritture e dei Padri della Chiesa. Questo significherebbe anche, ovviamente, rinunciare alla televisione e all’ascolto di qualsiasi genere di musica che non sia strettamente liturgica. Sono assolutamente convinto che una disciplina del genere sia l’ideale per un monaco, ma non credo che un laico, che vive ben più del monaco i problemi del mondo, possa sempre permettersi una tale condotta di vita. Temo che in alcuni casi essa possa addirittura essere dannosa: “zelo non secondo conoscenza” direbbe forse San Paolo. D’altra parte esistono molte opere letterarie che, pur essendo a tutti gli effetti “profane”, riescono ad essere portatrici di idee cristiane. Sono opere che parlano di storie del tutto umane, con protagonisti pieni di umanissimi difetti: storie di amore e di odio, di guerra, ma anche di pentimento, di redenzione. Molte di queste opere si prestano benissimo a sostituire altri svaghi nei periodi di digiuno. Non che nello svago in sé ci sia qualcosa di naturalmente sbagliato, questo è chiaro, ma se è possibile indirizzare a Dio anche lo svago, questo può diventare un momento di crescita spirituale.

Ecco dunque alcuni libri di cui raccomando la lettura.

I promessi sposi di Alessandro Manzoni
Gli italiani imparano ad odiare questo libro sui banchi di scuola, e questa è una delle supreme ingiustizie del nostro sistema scolastico. Sì, perché questo è davvero uno dei più bei romanzi di tutti i tempi, che dietro quella che è apparentemente soltanto una storia d’amore contrastato, cela tutta una serie di riflessioni profondamente cristiane. Soprattutto è un libro che parla del pentimento: il pentimento di Renzo di fronte alla propria incapacità di perdonare, quello di Ludovico, che decide di incamminarsi nella vita consacrata, quello dell’Innominato, uomo dai molti crimini che trova alla fine Dio.

David Copperfield di Charles Dickens
Questo libro è ciò che in termini tecnici si definisce in genere come un “romanzo di formazione”. Il protagonista (l’alter ego di Dickens) racconta in prima persona le principali tappe della sua vita, dalla perdita del padre, prima ancora di nascere, a quella della madre, passando per le mille avventure che lo faranno crescere umanamente e spiritualmente. Riferirò un piccolo aneddoto su questo libro. Un giovane che si era recato sul Monte Athos per farsi monaco, aveva chiesto all’Abate una lettura spirituale. L’Abate, uomo dalla vista spirituale acuta, gli consegnò una copia di questo libro e, alle proteste del giovane (che si aspettava un libro veramente spirituale e non un romanzo sentimentale vittoriano), affermò: “Se prima non riesci a sviluppare sentimenti normali, umani, cristiani, come David, qualsiasi lettura spirituale ortodossa sarà per te di scarso beneficio…”

Dov’è morte la tua vittoria? di Henry Daniel-Rops
Un bellissino romanzo a tinte forti, una storia di morte e resurrezione, dal titolo decisamente “paolino” (una citazione dalla prima Epistola ai Corinzi). Il romanzo racconta la storia di Laura, donna dal cuore inquieto che si lascia sprofondare, come ahimè accade in molte anime sensibili, nelle più basse passioni umane. Per poi trovare la luce di Dio. Viene in mente, leggendo questo libro, un passo famoso dalla Scala di San Giovanni Climaco: “Del resto io vidi persone follemente travolte da impuri amori trarre da essi motivo di penitenza, passare cioè dall’esperienza erotica a quell’amore del Signore che trascende ogni timore, da quello spronate ad un insaziabile ardore di divina carità. Per questo il Signore disse alla peccatrice tornata a saggezza non ch’ella aveva molto temuto, ma che aveva molto amato, e perciò era riuscita a scacciare un amore con un altro amore” [Scala, V, 54]

Delitto e castigo di Fedor Dostoevskij
Mi sembra quasi di fare un torto al grande scrittore russo se cito soltanto uno dei suoi romanzi. In realtà avrei potuto citare qui moltissimi dei suoi libri. Mi limito a questo, lasciandovi scoprire da soli gli altri, perché è anche questo un romanzo di morte e rinascita, la storia di un uomo che cade e si redime, rinascendo quasi come Lazzaro nel racconto dell’Evangelista Giovanni (un racconto che si ritrova non a caso citato in una delle più grandi pagine di questo libro).

Chiaramente ci sono moltissimi altri libri che varrebbe la pena di leggere durante la Grande Quaresima, e in realtà anche nel resto dell’anno. La televisione e Internet hanno ridotto molto il tempo dedicato alla lettura. Quale scusa migliore per lasciare finalmente una cattiva abitudine in favore di una buona? Quindi, che dire? Buona lettura!

p. Daniele

Ancora su Alessandro Meluzzi

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I lettori di questo blog non me ne vorranno se mi trovo nuovamente ad affrontare la questione di Alessandro Meluzzi.

Come è noto, il famoso psichiatra e criminologo è divenuto “vescovo” e Primate della cosiddetta “Chiesa Ortodossa Italiana”. In un post precedente ho fatto alcune considerazioni in merito. Ritorno sull’argomento solo a causa di una recente intervista / conversazione apparsa sul sito web di una parrocchia del Patriarcato di Mosca. In essa l’igumeno Ambrogio (Cassinasco) dialoga con Alessandro Meluzzi riguardo alla sua conversione e alla sua realtà ecclesiale. Inutile dire che tale intervista campeggia ora in gran trionfo anche sul sito della “Chiesa Ortodossa Italiana”, nonché sulla pagina Facebook, con un titolo significativo: Sono iniziati i primi contatti tra il Patriarcato di Mosca e la nostra Chiesa. Intervista del nostro Primate al sito della Chiesa ortodossa Russa di Torino. Anche se, a onor del vero, l’intervista la fa il sito al Primate e non il Primate al sito…

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Non è mia intenzione analizzare l’intera conversazione (sebbene essa offra più di uno spunto, non c’è che dire), ma intervengo soltanto perché nel corso di tale conversazione si fa riferimento a me e alle mie considerazioni su Meluzzi.

Comincio col chiedermi innanzitutto come mai l’igumeno Ambrogio, che ha modi generalmente sgradevoli nel trattare quanti egli ritiene (a torto o a ragione) “non canonici” o “scismatici”, sia così amabile e cordiale con il noto psichiatra. Posso capire che tra i due esista un’amicizia di lunga data, su cui non ho nulla da ridire, ma una così palese parzialità di trattamento mi lascia perplesso.

Veniamo però all’intervista. A un certo punto l’igumeno Ambrogio afferma:

In questi ultimi tempi ho letto non solo molti dei commenti sulla tua scelta religiosa, ma anche le inevitabili critiche, inclusa una critica teologica che in sé espone idee abbastanza ragionevoli, ma pecca di una fallacia logica di base: fa di te un vescovo ortodosso secondo la sua prospettiva (il famoso argomento dell’uomo di paglia), poi passa a trovare gli elementi nei quali tu non rientri in questa prospettiva, e conclude dichiarandoti non ortodosso e non ecclesiale. È proprio per questo che insisto che tu possa chiarificare la tua visione ecclesiale, in modo che si possa discutere sulla base delle tue convinzioni, e non di preconcetti altrui.

La “critica teologica” a cui si fa riferimento, come si vede chiaramente dal link, è l’articolo in cui espongo le mie considerazioni su Meluzzi e la sua Chiesa. Come si vede, la mia critica è accusata di “fallacia logica”. Io avrei cioè fatto di Alessandro Meluzzi un vescovo secondo la mia prospettiva, per poterlo meglio criticare. Tale operazione sarebbe una fallacia in quanto Meluzzi non sarebbe un vescovo ortodosso “in senso stretto”: la sua chiesa porterebbe infatti il nome di “chiesa ortodossa” senza pretendere che essa abbia un qualche legame con l’Ortodossia vera e propria. Si tratterebbe, secondo l’intervistatore, soltanto di un nome. In effetti gran parte della conversazione verte sul significato del termine “ortodossia” e l’intervistatore stesso suggerisce

Credo che la maggior parte dei problemi nasca dall’accostamento di un singolo nome. Se invece di un ente che si definisce “ortodosso”, tu ne rappresentassi uno che si definisce “apostolico”, “vetero-cattolico” o quant’altro, credo che non ci sarebbero stati molti sospetti di liaisons dangereuses, e verosimilmente anche alcune polemiche.

Questo è senza dubbio vero. Vera è altresì anche un’altra cosa: non è stato Alessandro Meluzzi a fondare la “Chiesa Ortodossa Italiana”, essa esisteva ben prima di lui e non è altro che il risultato di una serie di scismi all’interno della “Chiesa Ortodossa in Italia” fondata da Antonio De Rosso all’inizio degli Anni Novanta (tanto che oggi esistono almeno tre “Chiese Ortodosse Italiane” più altre con nomi simili). Ora, tale “Chiesa” – per quanto inconsistente dal punto di vista canonico ed ecclesiale – si richiamava però apertamente alla tradizione ortodossa, riconoscendo i sette Concili della Chiesa indivisa e la prassi tipica delle Chiese Ortodosse. La “Chiesa” di Antonio De Rosso fu per questo anche in comunione con il Sinodo alternativo di Bulgaria e con la Chiesa (scismatica) del Montenegro. De Rosso si proponeva in tutto e per tutto come vescovo della Chiesa Ortodossa (e proprio per questo era considerato da tutti scismatico e non canonico). La “Chiesa” che ha poi eletto a Primate Alessandro Meluzzi aveva la stessa “pretesa di ortodossia”: si rifaceva al primo millennio cristiano, riconoscendo i sette Concili della Chiesa indivisa e almeno in parte la prassi liturgica ortodossa. Fare riferimento ai sette Concili della Chiesa indivisa significa, ricordiamolo, fare riferimento all’Ortodossia calcedoniana ed efesina. Lo stesso Meluzzi, anche nel corso dell’intervista in questione, fa riferimento ai sette Concili Ecumenici e alla tradizione ortodossa.

Perché dunque affermare che io avrei fatto di lui un vescovo “secondo la mia prospettiva”? Da uno che si professa vescovo ortodosso, e che fa apertamente riferimento all’Ortodossia calcedoniana ed efesina (quella dei sette Concili Ecumenici) io mi aspetto che rispetti quanto meno esteriormente ciò che la tradizione ortodossa prescrive per i vescovi, e lo stesso mi aspetto dalla sua Chiesa. Mi aspetto dunque che non sia sposato, poiché questa è la prassi attuale della Chiesa Ortodossa, e che nel suo clero non ci siano massoni in attività, cosa che purtroppo non è stata affatto chiarita. Voglio puntualizzare che prima del mio e di altri interventi in merito, Alessandro Meluzzi non si è mai premurato di dare chiarificazioni sulla sua appartenenza alla Chiesa Ortodossa. E a dire il vero non lo fa neppure in questa intervista.

Tanto dovevo, e se non ce ne sarà motivo non tornerò sull’argomento.

Non è mia intenzione esprimere giudizi sulle persone; una eventuale vera chiarificazione sulla “Chiesa Ortodossa Italiana” sarebbe benvenuta.

p Daniele

Alessandro Meluzzi e la Chiesa Ortodossa

Alcune considerazioni

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Si è diffusa in questi giorni la notizia che Alessandro Meluzzi, psichiatra e volto noto della televisione, si sia convertito all’Ortodossia divenendo “Primate” della cosiddetta “Chiesa ortodossa italiana”. Questa notizia è passata sotto silenzio – almeno così mi sembra – in tutti i maggiori siti e blog di informazione sulla Chiesa Ortodossa. Tale ostentata noncuranza ha forse lo scopo di non voler dare importanza a una notizia che importanza non ha, ma si scontra a mio avviso con un fattore pratico decisivo, ovvero la popolarità del personaggio in questione, che rischia di dare pubblicità negativa alla Chiesa. Se finora si sono potute bellamente ignorare certe realtà paraecclesiali come la suddetta “Chiesa ortodossa italiana” e le altre sue varianti e declinazioni (dalla “Chiesa Ortodossa d’Italia”, alla “Chiesa cattolica ortodossa d’Italia e Romania”), ebbene oggi questo non è più possibile. La notizia della conversione di Alessandro Meluzzi è infatti rimbalzata sulle principali riviste popolari di fascia bassa ( “Gente” e “TV Sorrisi e Canzoni”, per adesso), con l’ovvia conseguenza che qualche migliaio di persone che fino a ieri probabilmente ignoravano del tutto l’esistenza della Chiesa Ortodossa adesso ne sanno qualcosa. E fin qui nulla di male, anzi. Il problema è che le dichiarazioni di “sua beatitudine Alessandro I” rischiano adesso di confondere più che mai le idee sulla nostra Chiesa. Vediamo nel dettaglio quali informazioni sono passate presso il grande pubblico.

Intervistato da un giornalista di TV Sorrisi e Canzoni (1), Meluzzi ostenta umiltà. Alla provocazione «Meluzzi, qualcuno l’ha già chiamata perfino “Papa ortodosso”» risponde con una certa noncuranza: «Sciocchezze, esagerazioni dei media. Sarò semplicemente alla guida di un piccolo gruppo religioso. Ci sono la Chiesa ortodossa armena, russa, bulgara… Io sarò il reggente di quella italiana, qualche migliaio di persone. Chiamatemi fratello Alessandro». Qui non sappiamo, oggettivamente, se le parole del noto psichiatra siano state correttamente trascritte. Certo è che, da quel che si legge, si capisce che in Italia ci sarebbero soltanto qualche migliaio di ortodossi, tutti all’interno della “Chiesa ortodossa italiana”, dei quali egli sarebbe oggi il Primate. Diamo per scontato che il lettore medio della stampa popolare italiana non sappia pressoché nulla dei problemi della diaspora ortodossa in occidente. Il lettore medio di quest’articolo non sa che la Chiesa Ortodossa è dal punto di vista numerico la seconda Confessione religiosa in Italia, così come non sa che la “Chiesa ortodossa italiana” conta al massimo qualche centinaio di fedeli ed è tristemente nota solo per aver canonizzato Jacques de Molay, così come per i suoi legami con ridicoli ordini cavallereschi e ambienti di stampo massonico.
Continuando la lettura dell’intervista, giungiamo alle differenze tra Cattolicesimo romano e Ortodossia. «Le uniche differenze sostanziali, dice Meluzzi, con la Chiesa cattolica è [sic] che noi non abbiamo il dogma dell’infallibilità del Papa, possiamo sposarci e avere figli. Una scelta che auspico faccia anche la Chiesa cattolica: il celibato dei preti crea più problemi che altro». Niente dispute pneumautologiche, niente Primato “pietrino”, nient’altro. D’accordo che parlare del Filioque al lettore medio di TV Sorrisi e Canzoni non sia proprio un’ottima idea, ma anche giocare la carta della semplificazione assoluta non mi sembra affatto corretto. Meluzzi ha scelto, tra tutte le differenze tra cattolici e ortodossi, quelle che rendono la nostra Chiesa idealmente più “simpatica” ad occhi occidentali. E lo ha fatto tra l’altro tacendo un fatto fondamentale: è vero che i preti possono essere sposati, ma questo non vale affatto per i vescovi, che devono essere invece celibi. Meluzzi, ricordiamolo, è sposato e convive con sua moglie; la sua consacrazione a Vescovo Metropolita (e addirittura Primate) è da questo punto di vista del tutto anticanonica.

Vale la pena di riassumere, soprattutto per i lettori non ortodossi, ma anche per gli ortodossi più sprovveduti, alcuni punti fondamentali.

  1. La “Chiesa ortodossa italiana” è una realtà autoproclamata priva di qualsiasi appiglio canonico. I suoi chierici – a partire, a quanto pare, del suo Primate – non sanno neppure in cosa consista la fede ortodossa.
  2. In Italia (sebbene questo sia di per sé un fatto irregolare) ci sono diverse Chiese o “Giurisdizioni” ortodosse. Alessandro Meluzzi non ha ovviamente alcuna giurisdizione su di esse, ma soltanto sui cento o duecento fedeli della sua “Chiesa”.
  3. Non è assolutamente ammesso nella Chiesa Ortodossa che possa esistere un vescovo sposato, per questa ragione è chiaro che Alessandro Meluzzi non è nella condizione per essere consacrato vescovo, e la sua consacrazione è dunque gravemente anticanonica.
  4. Va da sé che nessun ortodosso può assolutamente partecipare ai sacramenti della “Chiesa ortodossa italiana”, che sono considerati del tutto invalidi.

Per farla breve, la “Chiesa  ortodossa italiana” molto semplicemente non è Chiesa e non è ortodossa.

p. Daniele Marletta


(1) Alessandro Meluzzi. Da criminologo della tv a prete della Chiesa Ortodossa Italiana. in TV Sorrisi e Canzoni, n. 51, 2015, pp 46-47

Dawkins, lo scienziato che gioca a essere Dio

E’ ormai cronaca dei giorni scorsi uno sfortunato intervento del professor Richard Dawkins su Twitter sul quale vorremmo dire poche parole. In esso il noto etologo e divulgatore risponde ai dubbi etici di una donna, incinta probabilmente di un figlio con sindrome di Down, sostenendo che sarebbe “immorale” portare avanti tale gravidanza: “Abortisci e provaci ancora. Sarebbe immorale metterlo al mondo avendo modo di scegliere”. L’intervento ha suscitato, c’era da aspettarselo, un vespaio di polemiche, tanto da indurre il suddetto professore al dietro-front e ad una generica richiesta di scuse, che ha però l’aspetto della classica “arrampicata sugli specchi”.[1]

"Abortisci e provaci di nuovo. Sarebbe immorale metterlo al mondo avendo modo di scegliere."
“Abortisci e provaci ancora. Sarebbe immorale metterlo al mondo avendo modo di scegliere.”

Richard Dawkins è, per chi fosse vissuto fuori dal nostro pianeta negli ultimi anni, un noto, notissimo maitre-à-pensér del più becero laicismo, autore tra l’altro di un fortunatissimo libro di propaganda ateistica [2] . In questo momento tutta la nostra sincera comprensione (e altrettanto sincera compassione) va ai tanti che qui in Italia e altrove hanno osannato il pensiero di quest’uomo di scienza e… di ideologia. E’ vero che, come dice il motto, “chi troppo in alto va cade sovente…” ma questa è una caduta di una certa sostanza, non solo di stile.
Ora, sia chiaro, il problema qui non è tanto il consiglio di abortire preso per sé. D’altra parte, che Dawkins fosse favorevole all’aborto lo sapevamo già (è suo un altro simpatico tweet, nel quale egli sostiene che vi è molta più umanità in un maiale adulto che in un feto umano, e tanto basti). Che fosse anche dell’idea che sia perfettamente inutile partorire un figlio Down quando si può sempre “abortire e provarci ancora”, quantomeno lo sospettavamo. Ciò che invece ci turba è quel suo spensierato “sarebbe immorale”. E’ buffo, a pensarci bene: un ateo militante, lottatore indefesso contro i moralismi e l’etica opprimente di tutte le religioni (soprattutto del Cristianesimo) viene ora a farci lezione di morale, ad insegnarci cosa è giusto e cosa no, rendendoci edotti sul bene e sul male. E questo dopo aver variamente sostenuto che alle chiese cristiane ciò non dovrebbe essere permesso. C’è anche da notare che Dawkins appartiene a quella eletta schiera che accusa tutte le chiese cristiane di non voler vedere il dramma interiore di una donna che decide di abortire. Viene il dubbio che non lo veda neppure lui.

Sarebbe ingiusto, però, sparare a zero su quella che è con ogni evidenza solo una esternazione infelice, senza provare a misurare quanto sia realmente profondo il male, quanto nella mentalità di tanti scienziati e scientisti sia oggi radicata una idea profondamente malata della natura stessa della scienza. Il binomio scienza-tecnica è ormai giunto ad un tal punto di assolutezza – o, se si preferisce, di perversione – da divenire fonte di morale. Poniamoci soltanto una semplice domanda: davvero il mondo si è così tanto allontanato da Dio? E’ dunque vero quel detto di Nietzsche: Dio è morto, e noi lo abbiamo ucciso. Lo abbiamo ucciso perché era necessario, per essere noi dio a noi stessi. Abba Justin (Popovic) l’aveva affermato perentoriamente e con parole profetiche parlando dell’uomo europeo (ma potremmo ovviamente estendere il discorso all’uomo contemporaneo tout court:

“L’uomo europeo ha fatto l’esperienza di una profonda vertigine. Ha posto il superuomo alla sommità della sua Torre di Babele, per essere corona del proprio edificio. Tuttavia il superuomo è impazzito appena giunto all’apice e si è gettato dalla Torre. Essa è caduta con lui, sbriciolandosi tra guerre e rivoluzioni. L’homo europaeicus è giunto al suicidio. Il suo Wille zur Macht (volontà di potenza) è divenuto Wille zur Nacht (volontà di notte). Una profonda notte è discesa sull’Europa. I suoi idoli
crollano e non è lontano il giorno in cui della cultura europea, di quella cultura che ha costruito città e distrutto anime, che deifica le creature e rigetta il Creatore, non rimarrà pietra su un pietra.” [3]

L’Occidente getta dunque la maschera? Certamente non è la prima volta né sarà l’ultima che un qualche uomo di scienza o di cultura si trovi a farsi interprete – quanto coscientemente non ci è dato saperlo  – di quello spirito luciferino che da secoli ormai ha invaso la civiltà occidentale, quello stesso spirito luciferino che sempre più e in modi sempre nuovi ci spinge a essere “come déi, conoscendo il bene ed il male”.

Giusi Spagnolo, prima donna al mondo con sindrome di Down
Giusi Spagnolo, prima donna laureata in Italia con sindrome di Down

Per chiudere con leggerezza, ricordiamo al professor Dawkins che essere Down non è poi così male: in Italia la ventiseienne Giusi Spagnolo, affetta dalla sindrome di Down, si è laureata in Beni demoetnoantropologici all’Università di Palermo.

p. Daniele Marletta


[1]Per chi abbia la pazienza di leggerla: https://richarddawkins.net/2014/08/abortion-down-syndrome-an-apology-for-letting-slip-the-dogs-of-twitterwar/

[2] Richard Dawkins, L’illusione di Dio, trad. it: Milano, Mondadori, 2008

[3]  Cfr. P . JUSTIN (POPOVIČ), Humanistic and theantropic culture in IDEM , The Orthodox Church and Ecumenism, Birmingham, Lazarica Press, 2000, pp. 108-109. Questo saggio di p. Justin fu pubblicato per la prima volta nella sua opera Svetosavlje kao filosofija zivota [San Sava e la filosofia della vita] nel 1953 ed in seguito ripreso e rielaborato.