Dove va Costantinopoli. Due considerazioni

 

Negli ultimi giorni, due notizie (distinte tra loro ma pur collegate in un certo senso, come vedremo) hanno portato alla ribalta la situazione del Patriarcato di Costantinopoli.

La prima riguarda un suo problema interno: a quanto pare, da ora in poi il Patriarcato ecumenico approverà regolarmente le seconde nozze dei preti lasciati dalle mogli o vedovi. La seconda riguarda i suoi rapporti con il Patriarcato di Mosca: il patriarca Bartolomeo sarebbe sul punto di riconoscere l’autocefalia dell’autoproclamato “Patriarcato di Kiev”, cosa che potrebbe avere enormi conseguenze sullo scenario ortodosso mondiale.

Le due notizie, dicevo, sono distinte ma anche collegate, essendo ambedue originate dall’attuale situazione della Chiesa Ortodossa nel mondo e più in particolare dalle parti di Istanbul. Andiamo comunque per gradi ed analizziamole per ordine.

Partiamo dalla prima. Come è noto, un sacerdote ortodosso che rimane solo a causa di un divorzio o perché vedovo non può accedere alle seconde nozze se non a costo di rinunciare al sacerdozio. Questo almeno in via regolare e canonica: è chiaro che esistono situazioni particolari che possono spingere un vescovo ad applicare l’economia ecclesiastica e a permettere ciò che i canoni normalmente vietano. Si tratta comunque di eccezioni. L’idea di liberalizzare questa norma del diritto canonico, trasformando l’eccezione in regola, ha già circa un secolo di vita. Fu infatti il Patriarca Melezio Metaxakis a tentare una prima volta questa riforma nel 1923 e, più o meno negli stessi anni, una analoga riforma fu tentata in Russia dalla filosovietica “Chiesa Vivente”. E già questa premessa non lascia presagire nulla di buono.

Ripetiamolo: possono esistere singoli casi in cui l’applicazione dell’economia ecclesiastica si rende giusta e doverosa; d’altra parte, se è vero che il Sabato fu fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato, un discorso analogo è doveroso per i canoni, a meno che non si voglia scivolare in una canonolatria farisaica e del tutto antiortodossa. Esiste però anche un errore opposto all’attaccamento farisaico al canone: intendo l’ansia di modernizzazione che da un secolo sta letteralmente stritolando la Chiesa. I canoni che vietano le seconde nozze per il clero hanno infatti una precisa ragion d’essere; il sacerdote deve essere di esempio alla comunità cristiana che serve, e le seconde nozze sono da sempre considerate una sorta di condiscendenza della Chiesa verso la debolezza umana. È chiaro che, fuori da pochi casi eccezionali, il mostrare questa condiscendenza verso il clero sarebbe quanto meno pastoralmente diseducativo.

Da qui una nostra prima considerazione. Certamente nessuno si sarebbe sognato una tale riforma se essa non fosse suggerita da un problema alla base. A quanto pare i preti divorziati o vedovi che vorrebbero accedere alle seconde nozze non sono una minoranza così insignificante da permettere al Patriarca di ignorare semplicemente la cosa. Siamo sicuri però che la soluzione sia quella giusta? Davvero pensiamo che si possa ovviare alla tiepidezza spirituale del clero alleggerendo il peso del sacerdozio? Credo di no, e credo che qualunque cristiano ortodosso di buon senso possa essere d’accordo con me nel dire che questa non è una strada percorribile.

Veniamo alla seconda notizia: pare che il Patriarca Bartolomeo sia sul punto di concedere l’autocefalia al “Patriarcato di Kiev” e questo potrebbe provocare uno scisma tra Costantinopoli e Mosca. Dico “potrebbe”, perché in realtà credo che nessuno dei due voglia davvero arrivare a tanto. Resta il fatto che Costantinopoli predica da tempo una sorta di ecclesiologia neopapista nella quale il Patriarca Ecumenico, non contentandosi di essere un primus inter pares, diviene un primus sine paribus, una sorta di Papa in miniatura. Noto con soddisfazione che finalmente, davanti alle pretese di Costantinopoli, da Mosca si comincia a parlare di eresia; il metropolita Hilarion di Volokolamsk ha parlato esplicitamente di “autoidentificazione papista”.
Come dicevo, io non credo che si arriverà davvero a una frattura tra Costantinopoli e Mosca. Se però questo accadesse si aprirebbe davvero uno scenario interessante. Da anni, o, per essere più esatti, dai tempi di quel Melezio Metaxakis che poc’anzi abbiamo nominato, i vecchiocalendaristi greci (così come i loro fratelli bulgari e romeni) combattono contro il modernismo e il neopapismo del Patriarcato di Costantinopoli, oltre che contro l’eresia ecumenista. In cambio hanno avuto finora accuse di scisma e di fanatismo. Siamo contenti che qualcuno si stia finalmente svegliando, comunque vadano a finire le cose.

Voglio comunque tornare al punto di partenza. Scrivevo che le due notizie riportate hanno qualcosa in comune. Ecco: forse l’ultimo secolo ha messo a dura prova la fede ortodossa, se è così facile vedere tra i capi delle Chiese ufficiali tanto personalismo e tanta condiscendenza verso il progressivo raffreddamento della fede. Forse abbiamo davvero bisogno di riforme, di rinnovamento. Che sia però un “rinnovamento nell’ascesi” come ebbe a dire San Giustino di Chelje, un rinnovamento nel solco della tradizione, che non sia solo un correre dietro ai tempi che cambiano. La Chiesa impari a dare finalmente risposte al mondo che cambia; impari (secondo un detto di San Vincenzo di Lerins, mai così attuale come oggi) a parlare in modo nuovo senza dover dire novità. Perché i tempi cambiano, ma Dio no.

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Vaccini, autismo e complotti

autismo

Ho ricevuto privatamente una email in cui mi si pongono alcune domande su un argomento che non è, strettamente parlando, religioso ma che mi sta molto a cuore. Per questo ho deciso di rispondere pubblicamente.

Caro p. Daniele,
per puro caso, mi sono trovato a leggere alcuni suoi interventi in una discussione su un noto Social Network, sull’argomento “autismo & vaccini”. A quanto ho inteso, Lei ha una certa conoscenza dell’argomento, anche per motivi personali, le chiederei quindi di rispondere ad alcune domande.
1) Esiste una posizione ufficiale della Chiesa riguardo ai vaccini?
2) E’ vero che c’è in corso una sorta di “epidemia” di autismo?
3) Ci sono dati certi sulla correlazione tra vaccini e autismo?
4) Cosa pensa della recente legge che rende quasi obbligatorio vaccinare i propri figli?

La ringrazio anticipatamente.
G. A.

Ringrazio innanzitutto della fiducia per queste domande. Posso dire di essere pienamente competente per la prima, che riguarda la dottrina della Chiesa. Per le altre domande la mia competenza è dovuta a fatti personali: sono padre di una bambina autistica e soprattutto per questa ragione conosco molti bambini autistici, con la loro storia clinica e le loro famiglie. Conosco anche, per ragioni che sarebbe troppo lungo spiegare, molti autistici adulti. Questi fatti mi hanno portato ad approfondire la questione partendo dalle basi, ovvero dei manuali di psichiatria e dei testi generalmente in uso nelle nostre università.
E’ inutile dire che essere genitori di un bambino autistico non è mai una passeggiata, e per questa ragione molti genitori sono stati portati a credere a vari venditori di fumo che offrivano cure miracolose.

Vengo però alle domande, senza dilungarmi ulteriormente.

1) Esiste una posizione ufficiale della Chiesa riguardo ai vaccini?

Ovviamente no, per il semplice motivo che i vaccini non sono argomento di fede o di morale. Qualunque chierico che parli dei vaccini lo fa a titolo personale, che sia favorevole o contrario. Ciò che fa la differenza è quindi la competenza specifica sull’argomento, senza la quale è inutile esprimere opinioni.
Alcuni hanno provato a far diventare quello dei vaccini un problema morale, diffondendo la notizia che i vaccini sarebbero prodotti utilizzando materiale cellulare umano proveniente da feti abortiti. Questa notizia è però falsa, quindi il problema morale non sussiste.

2) E’ vero che c’è in corso una sorta di “epidemia” di autismo?

No, non è vero. E’ vero il fatto che è cambiato il modo di diagnosticare l’autismo. Un tempo per autistico si intendeva un bambino totalmente chiuso, spesso incapace di parlare. Oggi non si parla più di “autismo” ma di “spettro autistico”, ovvero di un insieme di disturbi che compaiono in modalità diverse. E’ un errore, ad esempio, dire che “per colpa dei vaccini un bambino su cento diventa autistico”. In realtà un bambino su cento rientra (con o senza vaccini) in questo spettro che raccoglie in sé un po’ di tutto, dal bambino “assente” e che magari non riesce neppure a parlare (molto raro) a quello semplicemente “strano” ma sostanzialmente normale quanto ad abilità.
Cerco di spiegarmi meglio: se è vero che un bambino su cento è autistico, è anche vero che questi bambini autistici non sono affatto tutti uguali, e i casi di bambini gravi sono assai rari, mentre sono assai frequenti i bambini con autismo lieve o addirittura a livello subclinico (cioè senza la necessità di una vera e propria terapia).
A questo bisogna aggiungere che un tempo avere un figlio autistico era quasi considerato una vergogna, così non abbiamo assolutamente alcuna certezza di quale fosse la reale incidenza del disturbo autistico un secolo fa. Certamente non era molto lontana da quella di oggi.

3) Ci sono dati certi sulla correlazione tra vaccini e autismo?

Un dato assolutamente certo effettivamente c’è: non esiste alcuna correlazione tra i vaccini e il disturbo autistico. Questo è oggi sostenuto dalla stragrande maggioranza dei medici e chi dice il contrario nel migliore dei casi è un incompetente, nel peggiore è purtroppo uno speculatore che ha trovato il modo di guadagnare sulla disperazione dei genitori.
La teoria secondo la quale l’autismo sarebbe provocato da un vaccino la dobbiamo soprattutto a un vero e proprio criminale, Andrew Wakefield, che nel 1998 falsificò una ricerca medica per dimostrare questo. Non sto a dilungarmi su questo personaggio. Dirò solo che molti genitori disperati hanno dilapidato il loro patrimonio, per colpa sua, nella speranza di una guarigione che non c’è mai stata.

4) Cosa pensa della recente legge che rende quasi obbligatorio vaccinare i propri figli?

Molti credono che malattie come il morbillo siano innocue, in realtà il morbillo decreta la morte di un ammalato su mille. Per intenderci, nell’ultimo anno in Italia ci sono stati circa 1700 casi di morbillo e sono morti due bambini. In Romania, dove la psicosi antivaccinista è ben peggiore che da noi, ci sono stati 31 morti per morbillo, tutti bambini. Per questa ragione comprendo i motivi che hanno spinto verso questa legge, ma non la condivido, perché essa ha dato nuovo vigore agli pseudo-scienziati e ai complottisti di ogni risma.

Concludendo

Mi sembra utile dare alcuni riferimenti per approfondire il problema. Prima di tutto qualche libro:

  • Uta Frith, L’autismo. Spiegazione di un enigma, Milano, Laterza, 2009
    E’ probabilmente il miglior testo a disposizione.
  • Temple Grandin, Pensare in immagini. E altre testimonianze della mia vita di autistica, Erickson, 2006
    L’autrice è autistica e ha insegnato per molti anni zootecnologia nella Università del Colorado.
  • Donna Williams, Nessuno in nessun luogo. La straordinaria autobiografia di una ragazza autistica, Armando, 2013
    Anche Donna Williams è autistica. Artista e poetessa.

Poi due film:

  • Adam di Max Mayer del 2009. La vita di un giovane ricercatore affetto dalla Sindrome di Asperger, una delle varianti dello spetto autistico.
  • Temple Grandin. Una donna straordinaria. Film per la televisione girato da Mick Jackson e trasmesso nel 2010

 

Vi lascio con un piccolo video:


AVVERTENZA:
Sia chiaro che non ho tempo da perdere con chi sostiene teorie del tipo vaccini / scie chimiche / rettiliani / ecc.
Evitate dunque di postare roba del genere nei commenti, perché tanto non sarà pubblicata.

Sulla Comunione frequente

communion

Mi è capitato recentemente di rispondere in privato ad alcune domande sul tema della Comunione frequente. Si tratta, stranamente, di un argomento assai dibattuto. E dico “stranamente” perché l’opinione dei Padri in merito è molto chiara. Ho così pensato di rendere pubbliche le risposte.

Quanto spesso è bene accostarsi all’Eucaristia?

San Girolamo di Egina, un grande spirituale del secolo scorso, raccomandava la comunione frequente. Molti ebbero a chiedergli quanto spesso ci si debba comunicare, ed egli in genere rispondeva molto pragmaticamente: “Non hai bisogno di sapere quante volte devi mangiare: quando hai fame, mangi”, volendo significare che non esiste una regola precisa. Credo che a questa domanda non esista risposta migliore della sua.

Prendo spunto per trarne un piccolo corollario.
Se è vero – ed è certamente vero – che l’Eucaristia è il nostro cibo spirituale per eccellenza, è anche vero che per questo cibo spirituale vale la stessa regola che vale per quello corporale: né troppo, né troppo poco. Un insegnante non dovrebbe mangiare quanto un muratore (perché tradurrebbe l’eccesso di cibo in eccesso di peso) e allo stesso modo una persona che non curi molto la propria vita spirituale farà bene a non comunicarsi troppo spesso. C’è però differenza tra mangiare secondo il proprio bisogno e non mangiare affatto. Avere appetito è generalmente sintomo di buona salute: chi manca di “appetito spirituale” e non sente la necessità di comunicarsi con una certa frequenza non mostra grande salute spirituale. Chi ha l’abitudine di comunicarsi raramente dovrebbe quindi chiedersi: “Sono sicuro di star bene?”

Alcuni dicono che sia male comunicarsi frequentemente. Cosa ne pensa?

In generale, l’argomento più importante contro la pratica della comunione frequente è anche l’argomento più importante a suo favore. Molti sostengono infatti che comunicarsi frequentemente sia un errore, perché per partecipare della Eucaristia bisogna essere “degni” e “preparati”.
Questo non è in realtà un argomento serio per sconsigliare la comunione frequente; al contrario, questo è un motivo per comunicarsi il più spesso possibile.

Prima di tutto bisognerebbe dire che nessuno è degno – non nell’accezione che diamo di solito a questa parola – di partecipare al Sangue e al Corpo di Cristo. E se qualcuno pensa di esserne degno compie come minimo un peccato di superbia. Se aspettiamo di essere realmente degni, non ci comunicheremo mai.

In secondo luogo, se ci sentiamo indegni dell’Eucaristia per la maggior parte dell’anno, questo significa che la nostra vita sta percorrendo binari sbagliati. L’Eucaristia è infatti – secondo le parole di Sant’Ignazio Teoforo nella sua Lettera agli Efesini – il “farmaco di immortalità, antidoto per non morire ma vivere in Gesù Cristo per sempre”, ed esserne indegni implica l’essere indegni dell’immortalità e della salvezza.

Per le malattie del corpo ci affidiamo al medico: lui ci dirà se il nostro stile di vita è sano e in cosa eventualmente cambiarlo, quali cibi e quali attività evitare, e in più ci curerà con dei farmaci. Per la vita spirituale vale lo stesso: chi esercita la paternità spirituale su di noi ci indicherà la strada nella nostra vita spirituale. Sempre lui ci dirà quando accedere al “farmaco dell’immortalità” e quanto spesso.

Quali Padri della Chiesa sono favorevoli alla comunione frequente?

In una parola, tutti.

Qualcuno potrà citare qualche passo che sembra incitare al contrario, ma chiunque legga i Padri nel loro contesto storico sa benissimo che sono tutti dell’idea che un buon cristiano debba comunicarsi frequentemente. Ovviamente questo significa anche che un buon cristiano deve cercare di essere sempre preparato a ricevere i Santi Doni. Se non si sente preparato o degno abbastanza deve sforzarsi di diventarlo.

In cosa consiste la normale preparazione alla Comunione?

In linea generale, è necessario attenersi ad una serie di semplici regole.

1. Pregare ogni giorno.

2. Seguire il più possibile il digiuno, sia quello del mercoledì e del venerdì di ogni settimana che quello di tutti i giorni durante i periodi dell’anno che la Chiesa consacra al digiuno.

3. Sforzarsi di vivere una vita autenticamente cristiana.

4. Partecipare alle funzioni religiose del sabato sera (Vespro o Grande Veglia, secondo l’uso locale). Se questo non è possibile, leggere le preghiere di preparazione alle Comunione o altro, secondo l’istruzione del padre spirituale.

5. Essere digiuni almeno dalla mezzanotte. Alcuni praticano un digiuno di tre giorni prima della Comunione, ma quest’uso si riferisce soltanto a chi non si comunica frequentemente. Chi si comunica con una certa frequenza non è tenuto a fare altri digiuni

In quali casi è necessario invece evitare di comunicarsi?

È bene non comunicarsi quando non ci si è preparati degnamente, ma è anche bene che questo non accada troppo spesso. Chi pensa di essere un cristiano tanto indegno da non potersi comunicare neppure ogni due o tre domeniche deve innanzi tutto sforzarsi di migliorare.

Al di là di questo caso, vi sono casi che, salvo eccezioni, escludono almeno temporaneamente dalla Comunione. In linea generale, questi casi possono tutti essere condotti a una di queste situazioni:

1. Non può comunicarsi chi abbia commesso un peccato che implichi la scomunica (omicidio, adulterio o sacrilegio, per esempio).

2. Non può comunicarsi chi vive in una condizione contraria all’insegnamento della Chiesa, per esempio una persona che convive con un altra more uxorio, ma senza esservi sposata.

Vale però la pena di ripetere: l’essere in condizione di peccato non deve diventare un argomento contro il Sacramento dell’Eucaristia. Al contrario, il bisogno di accostarsi all’Eucaristia deve essere il motivo per abbandonare tale condizione.
Il sentirsi peccatori non deve in nessun caso diventare una comoda scusa per continuare ad esserlo.

Perché l’ecumenismo è una eresia?

FrancisBartholomew

Spesso mi si chiede come mai molti ortodossi siano tanto contrari al movimento ecumenico e guardino ad esso con tanta ostilità, vedendovi addirittura una eresia. I motivi sono in realtà molti e gravi, e meritano una trattazione approfondita. Mi limiterò qui a poche note fondamentali, partendo dall’esempio di una eventuale unificazione tra cattolici ed ortodossi. Non ho assolutamente la pretesa di riferire qui, in poche righe, tutte le possibili interpretazioni di un problema che è di per sé assai complesso. Mi limiterò ad enunciare quella che credo possa considerarsi la critica più ovvia, e per certi aspetti quasi banale, dell’ecumenismo, e questo perché tale critica proprio per la sua ovvietà viene spesso ignorata.

Voglio prescindere per un momento dalla questione delle differenze dogmatiche, questione a cui molti sono oggi (del tutto ingiustamente) allergici, e partire da un punto di vista semplicemente pratico. Una eventuale unione tra cattolici e ortodossi è possibile solo in tre prospettive, o se si vuole tre vie, che vengo ad esaminare.

La prima via è quella che potremmo definire come un ecumenismo “cattolico”. In tale prospettiva, il Papa di Roma conserva la sua posizione attuale, rimanendo vescovo “universale” (secondo la definizione romano cattolica) , con giurisdizione su tutta la Chiesa. Questa è, di fatto, ancora oggi la posizione del Concilio Vaticano II e di molti documenti ufficiali recenti della Sede romana, nei quali si ribadisce che non vi è vera comunione con la Chiesa se non nella comunione con il Papa. E’ chiaro che una eventualità del genere sancirebbe la fine dell’Ortodossia per come la conosciamo attualmente. Nella Chiesa Ortodossa non esiste alcun primato universale, e i vescovi hanno tutti pari dignità. Ognuno di essi ha giurisdizione diretta nel proprio territorio, e non oltre. Possiamo dire che una prospettiva del genere porterebbe gli ortodossi a smettere di essere ortodossi.

Va notato che tale posizione non è affatto nuova. E’ quella che fu portata avanti al Concilio di Lione (nella seconda metà del XIII secolo), poi a quello di Ferrara-Firenze (nel XV secolo), e che fu poi messa fattivamente in atto con l’Unione di Brest (1595-96) e in generale con quello che gli ortodossi chiamano “uniatismo”. Questi tentativi di unificazione (o per meglio dire, di assimilazione degli ortodossi a Roma) furono sempre assai modesti nei risultati e contribuirono semmai a confermare gli ortodossi in un profondo atteggiamento antilatino, soprattutto a causa di avvenimenti storici incresciosi, come lo sterminio perpetrato dal Patriarca Veccos ai danni di quei monaci athoniti che si erano ribellati all’unione di Lione. Tanto basti per dire che questa via non è assolutamente percorribile da parte degli ortodossi.

La seconda via è del tutto speculare alla precedente, e potremmo definirla come un ecumenismo “ortodosso”. Secondo questa prospettiva, il Papa di Roma dovrebbe rinunciare alla sua posizione attuale, divenendo un vescovo come gli altri (o, se si preferisce, un Patriarca come gli altri). Vale qui il discorso fatto poc’anzi per gli ortodossi: nella eventualità di un tale cambiamento all’interno del Cattolicesimo romano, gli ortodossi manterrebbero forse la loro identità, ma sarebbero i romano-cattolici a perderla. Padre Gheorgij Florovskij fu per un certo tempo un convinto sostenitore di questa via. Egli era radicalmente convinto che gli ortodossi, partecipando al movimento ecumenico, potessero in qualche modo “rendere testimonianza” alla verità. Giunse presto al disinganno, constatando come lo spirito di fondo dell’ecumenismo non permettesse una tale testimonianza.

“La nostra salvezza sta solo col Papa e nel Papa” diceva Giovanni Bosco. Ovviamente dai suoi tempi molta acqua è passata sotto i ponti, e oggi pochissimi userebbero una espressione di questo tipo. Questo però non significa affatto che per il Cattolicesimo la figura del Papa abbia perso importanza. Per molti versi, al contrario, il Papa riesce in popolarità a reggere nonostante la crisi profonda del Cattolicesimo. Saranno davvero disposti, i cattolici, ad abbandonare l’idea che la Chiesa sia retta visibilmente da un solo Vicario di Cristo? Essendo io ortodosso mi astengo dall’esprimermi per conto loro, sebbene tutto mi porti a congetturare una risposta negativa.

Queste due prime vie partono dal presupposto che la strada dell’unità sia innanzitutto una strada di assimilazione, questo perché ambedue partono da una percezione molto netta della realtà della Chiesa. Se infatti vi sono molte differenze dottrinali tra ortodossi e cattolici (anche se per semplicità mi sono limitato solo al problema della Giurisdizione universale del Papa), è ovvio che vi siano anche dei punti in comune.Tra questi punti in comune c’è la fede ferma nel fatto che la Chiesa sia già visibilmente unita ed unica. Sia gli ortodossi che i cattolici si riconoscono nella Chiesa ”Unica, Santa, Cattolica ed Apostolica”, secondo le parole del Simbolo niceno-costantinopolitano. La differenza (che non è di poco conto) consiste semmai nell’identificazione di quale sia la vera Chiesa, se sia cioè la Chiesa Ortodossa o il Cattolicesimo romano.

Veniamo dunque alla terza via: l’ecumenismo “protestante”, ovvero quella che viene generalmente detta “unità nella diversità”. Si tratta della prospettiva di fondo che anima il movimento ecumenico sin dalla sua origine. Varrà la pena di ricordare come l’ecumenismo sia nato nell’ambito del protestantesimo liberale e si sia nutrito di alcune sue idee di fondo. Va da sé che un protestante autentico, che prenda sul serio i punti fondamentali della Riforma, non potrà mai accettare un compromesso su tali punti. L’ecumenismo nasce infatti nel mondo protestante per il mondo protestante. Fuori dall’ottica della Riforma, esso scolorisce del tutto e perde di senso.
Nella nostra ipotesi iniziale, quella di una unificazione di cattolici ed ortodossi, l’unità nella diversità potrebbe avere solo due esiti antitetici. Un primo possibile esito sarebbe quello di una unità o comunione formale in cui si continua ad essere divisi su tutto: se mi si passa la metafora, sarebbe come passare dal divorzio alla separazione legale. Un altro possibile esito sarebbe quello della relativizzazione della fede: essere insieme credendo che ciò che ci divide sia soltanto relativo, e non assoluto. Questo significherebbe la perdita di identità sia per i romano-cattolici che per gli ortodossi.

Bisogna notare che questa prospettiva dell’unità nella diversità, a differenza dalle precedenti, parte dal presupposto che la Chiesa non sia visibilmente unita. L’unità della Chiesa è qui considerata o come unità invisibile da rendere visibile, o come unità solo potenziale da mettere, se così si può dire, in atto.
E’ assai curioso il fatto che sia i cattolici romani che gli ortodossi pur professando ognuno la propria forma di ecumenismo (le prime due vie di cui ho parlato) abbiano poi firmato documenti come la Charta Oecumenica [1] che sono chiare espressioni di questa terza via.

Entriamo qui nel problema delle differenze dogmatiche tra cristiani di diversa confessione. Dobbiamo a questo punto porci una serie di domande: quanto sono importanti tali differenze? Siamo davvero disposti a rinunciarvi? Un autore protestante, Alphonse Maillot, ebbe a scrivere riguardo ai rapporti  tra cattolici e protestanti, le righe che riporto:

«Bisogna chiedersi se è a causa di un’autentica convinzione cristiana che cattolici e protestanti oggi si tendano la mano o se non è, spesso, per tiepidezza ed indifferenza. Come due valorosi guerrieri stanchi di lottare senza conoscerne bene il motivo, acconsentono a stringersi la mano prima di coricarsi per dormire o per morire. Non credo che sia sempre un’autentica riconciliazione. Ci si può chiedere se la cessazione della reciproca accusa di eresia non provi semplicemente che gli uni e gli altri hanno rinunciato alle loro profonde convinzioni per trasformare in compromessi le loro approssimazioni. Il problema va posto.» [2]

Maillot tocca qui un problema profondo. Il movimento inter-cristiano, col suo strascico di dialoghi, concelebrazioni, dichiarazioni comuni, non è forse altro che il sintomo di un male che oggi indispone quasi tutte le Confessioni cristiane: la mancanza di fede. Con l’avanzata della secolarizzazione e il distacco sempre crescente tra le masse, solo nominalmente cristiane, e la Chiesa (qualunque cosa si intenda per “Chiesa”), è chiaro come tutte le Confessioni cristiane stiano attraversando un momento di profonda crisi spirituale, del tutto parallela alla crisi culturale che interessa in genere l’Occidente. Il minimalismo e il relativismo dogmatico sottesi all’ecumenismo sono, da questo punto di vista, la versione teologica del relativismo culturale che oggi tanto è in voga. Bisogna aggiungere che, come il relativismo culturale è il sintomo della crisi di identità dell’Occidente (Occidente che sembra avere ormai rinnegato le sue radici greco-latine, almeno quanto quelle cristiane), allo stesso modo l’ecumenismo non è che il sintomo di una perdita di fede. E’ chiaro che non si tratta dell’unico sintomo di questa malattia. E’ però uno dei sintomi più evidenti quest’oggi.

Concludendo, alla domanda se l’ecumenismo sia una eresia, credo di poter rispondere che esso è forse molto più che una semplice eresia.

Mi si obietterà forse che le “guerre sante” del passato non sono certamente state sintomo di salute spirituale, il che è per certi versi cosa vera. E’ anche cosa vera però che le “guerre” (sante o meno) tra i cristiani dei secoli passati hanno sempre avuto dei motivi. Il fatto di non farsi guerra non rende di per sé i cristiani di oggi migliori di quelli di ieri. Credo che sarebbe segno di grande superbia spirituale oggi, per un ortodosso, il ritenersi più cristiano di San Gregorio Palamas (che ebbe parole di fuoco contro i latini), più o meno come sarebbe segno di superbia, per un cattolico romano, il credersi più cristiano di quel Tommaso d’Aquino che fu autore di un trattato Contra errores graecorum.


[1] Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa – Conferenza delle Chiese europee, Charta Oecumenica. Un testo, un processo, un sogno delle Chiese in Europa, Torino, Claudiana – Elledici, 2007. Si vedano, oltre al testo della Charta, anche i commenti entusiastici di tanti teologi sia ortodossi che cattolici raccolti nel volume.

[2] Alphonse Maillot, Les Miracles de Jesus et nous, Tournon (F), Editions Réveil, 1977 («Cahiers de Réveil»); trad. it.: I miracoli di Gesù, Torino, Claudiana, 1990, p. 75


Per approfondire, si può consultare una serie di articoli e testi sull’ecumenismo da un punto di vista ortodosso

 

Se la tua religione

“Se la tua religione ti porta a odiare qualcuno, allora hai bisogno di una nuova religione.” Questa frase circola da un po’ nei social network a firma della “Chiesa Pastafariana”.

13923767_1338282196200772_6597681604676551045_o-1Per chi non lo sapesse i “pastafariani” sono degli atei anticlericali buontemponi, in fondo neppure del tutto antipatici. Ogni tanto organizzano un raduno e lì indossano un curioso copricapo costituito da uno… scolapasta. L’idea di fondo (a suo modo, bisognerà pur ammetterlo, geniale) del “Pastafarianesimo” è di “dimostrare” l’assurdità delle religioni dando vita a una pseudoreligione dai tratti assurdi. In pratica il messaggio è: “l’effetto che noi facciamo a te (credente) e lo stesso che tu fai a noi”. Troppo faticoso, d’altra parte, controbattere le idee altrui, meglio ridicolizzarle; è un po’ come quando, alla fine del XIX secolo, si ironizzava sulla teoria dell’evoluzione pubblicando caricature di Charles Darwin con sembianze scimmiesche. Insomma, è gente  dall’umorismo un po’ retrò.

Non mi interessa comunque parlare dei pastafariani, avevo solo bisogno di contestualizzare l’immagine di cui ho scritto sopra.

Mettiamola così: se non ci fosse stata la firma esplicita dei pastafariani, io avrei interpretato quella frase in chiave anti-islamica. So benissimo che gli islamici non sono tutti terroristi o jihadisti (anzi, nella stragrande maggioranza non lo sono affatto), ma il clima attuale mi avrebbe portato ad interpretare in questo modo. C’è però quella firma, e io so che i pastafariani (almeno quelli nostrani) non si preoccupano dell’Islam. Il loro vero nemico è il Cristianesimo, tutto il resto è contorno. In teoria non fanno distinzioni tra le varie credenze religiose, considerandole tutte false allo stesso modo, ma all’atto pratico la fede religiosa presa più di mira (anche per ovvi motivi culturali) è il Cristianesimo. E qui è il problema. Se il riferimento è al Cristianesimo, che c’entra l’odio? Il Cristianesimo porta ad odiare qualcuno?

Poiché tra le mie conoscenze c’è anche un pastafariano, ho avuto modo di discutere con lui della cosa, e così ho scoperto tantissime cose nuove, che vengo ad elencare.

Ho scoperto che i cristiani odiano gli omosessuali. Non lo sapevate? Ebbene, non lo sapevo neppure io. Pare che il problema sia soprattutto la contrarietà dei cristiani al matrimonio di persone dello stesso genere, oltre al fatto di considerare immorali gli atti sessuali di natura omosessuale. Ho cercato di spiegare al mio amico pastafariano che il fatto di stigmatizzare la condotta altrui non significa assolutamente odiare. Io credo che la sessualità esercitata tra persone dello stesso genere sia peccato, così come credo che sia peccato la gola, l’accidia, la superbia. Credo però di non aver mai odiato nessuno per il semplice motivo di commettere un qualche peccato (anche perché vale sempre il detto “Chi è senza peccato scagli la prima pietra” e io non sono senza peccato). Sembra però che il semplice fatto di essere contrari a certi diritti (veri o presunti che siano) sia segno inequivocabile di “omofobia”. Va da sé che viviamo in uno Stato laico, e  le persone omosessuali hanno tutto il diritto di lottare per quelli che ritengono loro diritti naturali. Quello che non possono pretendere è che noi siamo d’accordo. Anche dissentire è un diritto.

Ho scoperto che i cristiani odiano anche le donne. La cosa buffa è che i cristiani, per una buona metà, sono proprio donne. Se ci limitiamo a chi professa la fede cristiana con più convinzione, le donne sono addirittura in netta maggioranza. Ne viene fuori che le donne cristiane odiano le donne, e quelle particolarmente convinte le odiano in modo particolarmente feroce. Ho cercato di far notare l’incongruenza di questa cosa, ma senza risultati apprezzabili. L’amico pastafariano tira diritto nella sua convinzione: i cristiani relegano la donna a ruoli di second’ordine, tipo dare la vita a nuovi esseri umani ed educare le nuove generazioni, in più negando loro i più elementari diritti civili, come ad esempio l’interruzione di gravidanza o l’opportunità di dare “in affitto” il loro utero per dare modo a qualche riccone di permettersi di avere un figlio proprio, con il proprio DNA, senza doverlo prendere magari in qualche orfanotrofio, che non sai mai cosa trovi.

E fin qui le scoperte divertenti. Arriva purtroppo anche il momento della serietà, e così scopro, tra le altre cose, anche che  la Bibbia è piena di pagine atroci “come il Corano”. E come se non bastasse mi ha anche fatto una serie di esempi: versetti e interi episodi che dimostrano come il Cristianesimo non sia quella “Religione d’Amore” che pretende di essere. Quanto a sangue ed atrocità la Bibbia sarebbe “allo stesso livello del Corano”. Dubito che l’amico pastafariano abbia mai letto una singola riga della Bibbia o del Corano, e so anche che esiste una questione ermeneutica per il Corano così come esiste per la Bibbia. C’è però una differenza fondamentale tra la Bibbia e il Corano, ed è necessario comprenderla appieno prima di fare qualsiasi paragone.

Il Corano è un testo unitario, scritto in un periodo di tempo ristretto, per mano di una sola persona. Per un islamico tutto quello che c’è scritto nel Corano ha più o meno lo stesso valore.
La Bibbia è un insieme di libri, scritti in un periodo di almeno mille anni per mano di diversi autori. In particolare vi si distinguono due parti, una ebraica (il Vecchio Testamento) e una greca (il Nuovo Testamento). Per un cristiano ciò che è scritto nella Bibbia non ha sempre lo stesso valore. Per un cristiano tutto l’Antico Testamento va interpretato alla luce del Nuovo: “Voi avete udito che fu detto: ‘Occhio per occhio e dente per dente’. Ma io vi dico: non contrastate il malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra”.
Già è abbastanza sciocco estrapolare dal contesto dei versetti del Corano per dimostrare chissà cosa, ma è ancor più sciocco cercare nell’Antico Testamento episodi o versetti cruenti o sanguinosi. Quella parte della Bibbia era transitoria, oggi non ha valore in sé, ma solo interpretata alla luce del messaggio cristiano. Quello che c’è scritto nel Corano per un islamico ha invece un valore abbastanza assoluto, fermo restando il fatto che anche nell’Islam c’è una cosa che si chiama “interpretazione della Scrittura”.
Che dire allora?
Spero che il mio amico non se ne abbia a male, ma, poiché l’Evangelo mi chiama ad amare anche i miei nemici, non sento il motivo di cambiare la mia religione. Resto in attesa che egli consideri con più attenzione ciò che predica la sua.

p. Daniele

I Cretesi son tutti bugiardi

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156 i vescovi presenti, contro 134 assenti. Sessant’anni di preparativi, di assemblee e riunioni “preconciliari” per arrivare a questo. Il “Grande e Santo Concilio Panortodosso”  tenutosi nell’isola di Creta ha offerto al mondo intero uno spettacolo semplicemente indecoroso. I numeri sono il segno tangibile del fallimento, al di là dei risultati stessi, al di là della bontà o meno dei documenti sinodali prodotti.

I Cretesi son tutti bugiardi, male bestie, ventri pigri” scriveva San Paolo a Tito, citando un noto detto di Epimenide. E continua: “per questo motivo riprendili severamente, affinché siano sani nella fede, senza attenersi a favole giudaiche né a comandamenti di uomini che rifiutano la verità. Certo, tutto è puro per i puri, ma niente è puro per i contaminati e gli increduli; anzi, sia la loro mente che la loro coscienza sono contaminate. Essi fanno professione di conoscere Dio, ma lo rinnegano con le opere, essendo abominevoli, disubbidienti e incapaci di ogni opera buona” (Tt 1, 12-16)


Queste parole mi hanno dato molto da pensare, anche se ovviamente i vescovi convenuti a Creta non sono cretesi in senso stretto. Il luogo mi sembra però altamente simbolico. Quale significato dare alla riunione tra i Primati delle Chiese Ortodosse ufficiali? Mi provo a stendere poche semplici note di bilancio. Questo è ovviamente soltanto il mio punto di vista; il punto di vista di un sacerdote ortodosso appartenente a una Chiesa che ha deciso di rifiutare qualsiasi tipo di comunione con le Chiese ortodosse ufficiali.

Credo che si debba partire dal protagonista assoluto. Il Patriarcato di Mosca ha dominato le scene astenendosi dal partecipare all’evento ed ergendosi così a paladino dell’Ortodossia contro il Patriarca Ecumenico Bartolomeo. Pochi hanno voluto rimarcare un inevitabile dato politico: all’interno dell’ortodossia mondiale, il Patriarcato di Mosca conta più o meno la metà dei fedeli. Un dato che non era possibile far valere a Creta, viste  le regole stringenti, sulle quali c’era comunque un largo consenso che non può non suscitare stupore. Essendo un “Concilio” di Primati e di delegazioni (e non di vescovi in quanto vescovi), a Creta Mosca avrebbe contato più o meno quanto Costantinopoli. Perfettamente naturale che infine si sia scelto di far valere comunque i numeri. Mosca ha comunque saputo mantenere un equilibrio da fare invidia al Cardinale Richelieu: si è tenuta lontana dalla riunione, riconoscendola però come una (ennesima) conferenza preconciliare. Insomma, Mosca paladina degli ortodossi, ma con giudizio.

Coniugando motivazioni serie e quisquilie, anche altre Chiese erano assenti a Creta.
La Chiesa di Antiochia ha presentato alcuni argomenti di una certa importanza: l’inaccettabilità del documento preconciliare sul Matrimonio in primis, oltre alla non accettazione da parte antiochena delle regole procedurali del “Concilio”. E meno male. Almeno qualcuno aveva notato che in quelle regole c’era qualcosa di storto. C’è da dire che il motivo fondamentale dell’assenza dei delegati antiocheni è stata molto più probabilmente la presenza di quelli gerosolimitani. C’è infatti in corso una querelle di un certo peso tra i Patriarcati di Gerusalemme e Antiochia riguardo alla giurisdizione del ricco Qatar. Vile pecunia, insomma.

La Chiesa di Bulgaria si è tirata indietro adducendo alcune ragioni effettivamente ragionevoli (quali ad esempio il disaccordo su alcuni dei testi in discussione), ma anche le eccessive spese da sostenere…

La Chiesa di Georgia è riuscita a mostrarsi più coerente. Pur di frenare l’emorragia in atto al suo interno, ovvero i molti chierici e fedeli che lasciano la Chiesa ufficiale per unirsi alla Chiesa dei Veri Cristiani ortodossi di Grecia, essa ha anche abbandonato (fin dal 1997) il movimento ecumenico; ciononostante continua a mantenersi in comunione con le altre Chiese ufficiali.

Nonostante le regole prefissate fossero sfavorevoli a Mosca, l’assenza dei russi (per tacer degli altri) si è fatta comunque sentire. Eppure non sono mancati i trionfalismi: pochi ma buoni, andiamo avanti così, a costo di essere ridicoli. Questo sebbene i vescovi presenti a Creta non rappresentassero che un terzo dell’Ortodossia mondiale.

Per quanto riguarda l’esegesi dei testi sinodali, non ho intenzione di sbilanciarmi troppo. I testi non sono troppo dissimili da quelli preparatori e ognuno può leggerli da sé e farsene una idea. Sono scritti in politichese stretto, ma questo non dovrebbe essere un gran problema. In generale c’è un punto che sembra risuonare in modo assolutamente chiaro: il “Grande e Santo Concilio” ritiene che il dialogo ecumenico sia irrinunciabile sotto tutti i punti di vista, al punto di reputare “degni di condanna” quanti vi si oppongono in nome della purezza della fede. Questo nonostante tutti i distinguo sulle parole (c’è stata una discreta discussione sul fatto di considerare o meno come vere chiese le confessioni di fede occidentali): in definitiva una vittoria del fronte costantinopolitano e in particolare del Metropolita di Pergamo Ioannis Zizioulas, anche se solo una vittoria in sordina.

E qui vengono le considerazioni.

In primo luogo, è stato coerente il comportamento degli assenti? No, non lo è stato nel modo più assoluto. Avrebbero potuto partecipare e far saltare tutto, ma si sono limitati a guardare da lontano per evitare di sporcarsi troppo le mani. Se avessero partecipato non avrebbero potuto fare a meno di riconfermare l’assenso già dato a suo tempo ai documenti sinodali. Ovviamente esiste il diritto universale di cambiare idea su qualcosa. Personalmente però non ho ben chiaro se abbiano davvero cambiato idea.

In secondo luogo, perché i Patriarcati di Mosca, Antiochia e Bulgaria che, tutti, hanno espresso perplessità sul documento “Relazioni della Chiesa Ortodossa con il resto del mondo cristiano”  non abbandonano il movimento ecumenico? Vale quanto già detto: quel documento, a quanto pare, era stato firmato all’unanimità dai delegati della “Quinta Conferenza Panortodossa preconciliare”, tenuta a Chambesy nell’Ottobre del 2015. Quindi la domanda è: vogliamo giocare a fare i duri e puri dell’Ortodossia tenendo però anche un piede nel movimento ecumenico?

“Sia il vostro parlare: si,si; no, no” disse il Signore (Mt 5, 37). Anche sul piano della sincerità evangelica Creta è stata un fallimento. Abbiamo letto molti giri di parole e molta retorica da parte di chi vi si è recato. Abbiamo notato una non meno ampollosa retorica nei silenzi di chi non lo ha fatto. I cretesi son tutti bugiardi, ma anche gli altri non scherzano.

p. Daniele Marletta

Ancora su Alessandro Meluzzi

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I lettori di questo blog non me ne vorranno se mi trovo nuovamente ad affrontare la questione di Alessandro Meluzzi.

Come è noto, il famoso psichiatra e criminologo è divenuto “vescovo” e Primate della cosiddetta “Chiesa Ortodossa Italiana”. In un post precedente ho fatto alcune considerazioni in merito. Ritorno sull’argomento solo a causa di una recente intervista / conversazione apparsa sul sito web di una parrocchia del Patriarcato di Mosca. In essa l’igumeno Ambrogio (Cassinasco) dialoga con Alessandro Meluzzi riguardo alla sua conversione e alla sua realtà ecclesiale. Inutile dire che tale intervista campeggia ora in gran trionfo anche sul sito della “Chiesa Ortodossa Italiana”, nonché sulla pagina Facebook, con un titolo significativo: Sono iniziati i primi contatti tra il Patriarcato di Mosca e la nostra Chiesa. Intervista del nostro Primate al sito della Chiesa ortodossa Russa di Torino. Anche se, a onor del vero, l’intervista la fa il sito al Primate e non il Primate al sito…

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Non è mia intenzione analizzare l’intera conversazione (sebbene essa offra più di uno spunto, non c’è che dire), ma intervengo soltanto perché nel corso di tale conversazione si fa riferimento a me e alle mie considerazioni su Meluzzi.

Comincio col chiedermi innanzitutto come mai l’igumeno Ambrogio, che ha modi generalmente sgradevoli nel trattare quanti egli ritiene (a torto o a ragione) “non canonici” o “scismatici”, sia così amabile e cordiale con il noto psichiatra. Posso capire che tra i due esista un’amicizia di lunga data, su cui non ho nulla da ridire, ma una così palese parzialità di trattamento mi lascia perplesso.

Veniamo però all’intervista. A un certo punto l’igumeno Ambrogio afferma:

In questi ultimi tempi ho letto non solo molti dei commenti sulla tua scelta religiosa, ma anche le inevitabili critiche, inclusa una critica teologica che in sé espone idee abbastanza ragionevoli, ma pecca di una fallacia logica di base: fa di te un vescovo ortodosso secondo la sua prospettiva (il famoso argomento dell’uomo di paglia), poi passa a trovare gli elementi nei quali tu non rientri in questa prospettiva, e conclude dichiarandoti non ortodosso e non ecclesiale. È proprio per questo che insisto che tu possa chiarificare la tua visione ecclesiale, in modo che si possa discutere sulla base delle tue convinzioni, e non di preconcetti altrui.

La “critica teologica” a cui si fa riferimento, come si vede chiaramente dal link, è l’articolo in cui espongo le mie considerazioni su Meluzzi e la sua Chiesa. Come si vede, la mia critica è accusata di “fallacia logica”. Io avrei cioè fatto di Alessandro Meluzzi un vescovo secondo la mia prospettiva, per poterlo meglio criticare. Tale operazione sarebbe una fallacia in quanto Meluzzi non sarebbe un vescovo ortodosso “in senso stretto”: la sua chiesa porterebbe infatti il nome di “chiesa ortodossa” senza pretendere che essa abbia un qualche legame con l’Ortodossia vera e propria. Si tratterebbe, secondo l’intervistatore, soltanto di un nome. In effetti gran parte della conversazione verte sul significato del termine “ortodossia” e l’intervistatore stesso suggerisce

Credo che la maggior parte dei problemi nasca dall’accostamento di un singolo nome. Se invece di un ente che si definisce “ortodosso”, tu ne rappresentassi uno che si definisce “apostolico”, “vetero-cattolico” o quant’altro, credo che non ci sarebbero stati molti sospetti di liaisons dangereuses, e verosimilmente anche alcune polemiche.

Questo è senza dubbio vero. Vera è altresì anche un’altra cosa: non è stato Alessandro Meluzzi a fondare la “Chiesa Ortodossa Italiana”, essa esisteva ben prima di lui e non è altro che il risultato di una serie di scismi all’interno della “Chiesa Ortodossa in Italia” fondata da Antonio De Rosso all’inizio degli Anni Novanta (tanto che oggi esistono almeno tre “Chiese Ortodosse Italiane” più altre con nomi simili). Ora, tale “Chiesa” – per quanto inconsistente dal punto di vista canonico ed ecclesiale – si richiamava però apertamente alla tradizione ortodossa, riconoscendo i sette Concili della Chiesa indivisa e la prassi tipica delle Chiese Ortodosse. La “Chiesa” di Antonio De Rosso fu per questo anche in comunione con il Sinodo alternativo di Bulgaria e con la Chiesa (scismatica) del Montenegro. De Rosso si proponeva in tutto e per tutto come vescovo della Chiesa Ortodossa (e proprio per questo era considerato da tutti scismatico e non canonico). La “Chiesa” che ha poi eletto a Primate Alessandro Meluzzi aveva la stessa “pretesa di ortodossia”: si rifaceva al primo millennio cristiano, riconoscendo i sette Concili della Chiesa indivisa e almeno in parte la prassi liturgica ortodossa. Fare riferimento ai sette Concili della Chiesa indivisa significa, ricordiamolo, fare riferimento all’Ortodossia calcedoniana ed efesina. Lo stesso Meluzzi, anche nel corso dell’intervista in questione, fa riferimento ai sette Concili Ecumenici e alla tradizione ortodossa.

Perché dunque affermare che io avrei fatto di lui un vescovo “secondo la mia prospettiva”? Da uno che si professa vescovo ortodosso, e che fa apertamente riferimento all’Ortodossia calcedoniana ed efesina (quella dei sette Concili Ecumenici) io mi aspetto che rispetti quanto meno esteriormente ciò che la tradizione ortodossa prescrive per i vescovi, e lo stesso mi aspetto dalla sua Chiesa. Mi aspetto dunque che non sia sposato, poiché questa è la prassi attuale della Chiesa Ortodossa, e che nel suo clero non ci siano massoni in attività, cosa che purtroppo non è stata affatto chiarita. Voglio puntualizzare che prima del mio e di altri interventi in merito, Alessandro Meluzzi non si è mai premurato di dare chiarificazioni sulla sua appartenenza alla Chiesa Ortodossa. E a dire il vero non lo fa neppure in questa intervista.

Tanto dovevo, e se non ce ne sarà motivo non tornerò sull’argomento.

Non è mia intenzione esprimere giudizi sulle persone; una eventuale vera chiarificazione sulla “Chiesa Ortodossa Italiana” sarebbe benvenuta.

p Daniele