“Ritornate, figli traviati”

“Un abisso invoca un altro abisso”. L’abisso di sventura e peccato invoca l’abisso di misericordia. Per questa seconda domenica del Triodion, la Chiesa prescrive la lettura di un’altra parabola, un’altra indicazione per la via del Regno, quella del figlio dissoluto (detta da alcuni  “Parabola del padre misericordioso”).

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Omelia per la seconda domenica del Triodio

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Per questa seconda domenica del Triodion, la Chiesa prescrive la lettura di un’altra parabola, un’altra indicazione per la via del Regno, quella del figlio dissoluto (detta da alcuni  “Parabola del padre misericordioso”). Anche questa domenica, come le altre domeniche prequaresimali, ha un senso mistagogico, facendoci penetrare nel significato più profondo della Grande Quaresima.

Vediamo i personaggi di questa parabola: un padre e due figli. Del figlio minore, la parabola riferisce che un giorno egli si reca dal padre per chiedere di avere la sua parte di eredità. Pochi giorni dopo, il giovane parte e il padre non lo trattiene. Il padre ha rispetto della libertà del figlio, non vuole che il figlio rimanga con lui per un qualche obbligo. Il padre vuole che l’amore dei suoi figli per lui sia assolutamente libero, e pur sapendo che quel figlio se ne va lontano, pur temendo di non rivederlo più, lo lascia andare.

Il figlio si reca in un paese straniero, e qui spende tutte le sue sostanze, tutta l’eredità ricevuta dal padre, in divertimenti leggeri. Noi siamo quel che abbiamo ricevuto; noi non abbiamo meriti, e così anche questo giovane, che le sue ricchezze le ha ereditate. Non ha lavorato per esse, non ha faticato. E così è anche dei beni spirituali. Anzi, lo è ancora di più. Nessuno di noi ha qualche merito per i propri beni spirituali, tutti abbiamo ricevuto da Dio “e grazia su grazia”, come dice l’Evangelista Giovanni il Teologo. E come quel figlio dissoluto, anche noi sperperiamo le nostre ricchezze spirituali. Ci occupiamo del nostro benessere, ci preoccupiamo del nostro futuro, ci sforziamo di dare un senso, umanamente inteso, alla nostra vita. Dimentichiamo che soltanto una cosa è importante, dimentichiamo di mettere davanti a tutto il Regno di Dio e la sua giustizia.

Lontano dal padre, il giovane dissoluto cade presto in miseria. I suoi beni, usati in modo così malaccorto, si assottigliano e vengono meno. Il giovane diviene povero, come avviene a chiunque si allontani dalla fonte della propria ricchezza, sia essa materiale o spirituale. Aumentano le spese e cessano gli introiti. Il giovane comincia infine a darsi da fare. Trova un lavoro, il più umile, quello di guardiano di porci. Possiamo vedere in questo particolare un segno tangibile della lontananza da Dio, poiché il maiale era un animale impuro per gli ebrei che, per primi, ascoltarono questa parabola. Lontano dal padre, il giovane è caduto in basso. Ora sente davvero la sua lontananza, come sente i morsi della fame. Comincia a comprendere di essere caduto in un abisso, e da questo abisso comincia il suo ritorno: “Un abisso invoca un altro abisso” (Sal 41, 7) dice il salmista. L’abisso di sventura e peccato invoca l’abisso di misericordia. Il giovane vede finalmente la differenza tra il suo stato attuale e quello che ha abbandonato: lui, che è figlio, manca anche di quel pane di cui abbondano le mense di quelli che prima erano suoi servi. Bisogna avere fame e sete per capire cosa sia davvero mangiare e bere. Attraverso la fame e la sete il giovane ha capito di aver perduto sé stesso.

“Ritornate, figli traviati, ed io guarirò i vostri traviamenti” (Ger 3, 22) dice il Signore per tramite del Profeta Geremia. E il figlio traviato ritorna, per trovare la guarigione. Lo accoglie un padre che ne aveva a lungo atteso il ritorno. Il giovane viene rivestito della veste più bella, e si fa festa.

C’è sempre, però, per ognuno che ritorna qualcuno che crede di non essere mai partito, ma che col cuore è sempre stato lontano. Il fratello maggiore, veduta la festa, sentito che la festa è per il fratello, si sdegna. Perché? Perché il suo cuore è sempre stato lontano. Questo fratello minore era partito con la sua parte di eredità, aveva sperperato tutti i suoi averi in feste e prostitute, e appena ritornato viene accolto come se nulla fosse. Il padre gli ha fatto mettere addirittura “l’anello al dito”, quindi lo aveva reintegrato nella sua eredità, poiché l’anello era quello contenente il sigillo di famiglia. Il fratello maggiore si sente tradito: lui è sempre rimasto accanto al padre eppure non ha ricevuto nulla, neppure un capretto per fare festa insieme agli amici. Per il figlio traviato, invece, si uccide il vitello grasso. Possiamo leggere in questo fratello un po’ di invidia per chi si è alla fin fine “goduto la vita” ma si salva comunque, solo per essersi pentito. Tanto è sdegnato da non voler neppure entrare in casa e da costringere il padre a supplicarlo. “Io ti ho sempre servito” dice il figlio maggiore al padre. Non lo ha amato, lo ha servito. E’ rimasto lì come servo, non come figlio. Come figlio non è mai stato lì, il suo cuore è sempre stato lontano.

La parabola rimane sospesa; non sappiamo se il fratello maggiore si sia deciso ad entrare anche lui nella stanza della festa. Ci rimangono però le parole del padre: “questo tuo fratello era perduto ed è stato ritrovato, era morto ed è tornato in vita.”

La Resurrezione di Cristo è anche la nostra resurrezione alla vita, e il nostro cammino verso la Pasqua è la strada del nostro ritorno a Dio. Così si chiude questa mistagogia: noi tutti dobbiamo tornare a Dio, noi tutti siamo figli traviati in cerca di guarigione.

 

Autore: qoelet

Sacerdote ortodosso

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