Rimetti a noi i nostri debiti

Noi cominciamo ora il Grande Digiuno in preparazione per la Pasqua. Questo digiuno però sarà del tutto inutile, se noi lo faremo con spirito mercantile, facendo il conto di quanto dobbiamo e di quanto ci è dovuto.

Annunci

Espulsione di Adamo

La quarta domenica del Triodion, nella quale la Chiesa fa memoria dell’espulsione di Adamo del Paradiso terrestre, è detta “Domenica del Perdono”, dall’usanza di chiedere perdono in questo giorno prima dell’inizio della Quaresima.

Quando qualcuno pecca nei nostri confronti, facendoci un torto, una violenza o altro, noi sentiamo di avere un qualche diritto contro di lui. Il peccato contro i nostri fratelli e sorelle è così, secondo la logica umana, un debito. Quando subiamo un torto ci sentiamo un po’ creditori, e guardiamo a chi ci ha fatto quel torto come a un debitore insolvente.
Ogni volta che perdoniamo qualcuno, così, lo sciogliamo da un debito, e quando chiediamo perdono chiediamo di essere sciolti da un debito.

Questo dovrebbe farci riflettere sul senso di questa domenica, l’ultima prima dell’inizio della Grande Quaresima. La Chiesa ci ingiunge oggi di chiedere e dare perdono. Ognuno di noi ha commesso i suoi torti a qualche fratello o sorella, e ognuno di noi ne ha subiti. Più questi torti sono gravi, più è pesante il debito; e chi è debitore non è libero. La Chiesa vuole che noi diamo inizio al nostro cammino verso la Pasqua come cristiani liberi, non come debitori o creditori.

Per chi ha debiti, questo è il momento opportuno per chiedere che i debiti vengano condonati. Da questo possiamo trarre alcune considerazioni.

La prima considerazione è semplice: perdonare è un dovere di ogni cristiano, ma essere perdonati non è un diritto; il perdono si chiede, non si pretende. Questo per ricordarci che è sempre bene non essere in torto con i nostri fratelli e le nostre sorelle. Troppo facile è dire “ho sbagliato”: meglio dire “non voglio più sbagliare”.

Una seconda considerazione: ci sono torti che si lasciano perdonare più difficilmente di altri. Se sappiamo di esserci comportati molto male contro qualcuno, sappiamo anche che sarà difficile, per lui o lei, perdonare. Ovviamente è più facile condonare un debito di cinquanta euro che non uno di cinquantamila. Se so di avere un tale debito sulla coscienza, saprò anche che devo fare attivamente qualcosa perché questo debito sia condonato. Un buon cristiano sa, ovviamente di dover condonare debiti anche grandi, ma sa anche di dover rendere più facile agli altri, ai suoi creditori, quello stesso condono.

Terza considerazione: noi tutti siamo, nei confronti del nostro prossimo, un po’ creditori e un po’ debitori. Ognuno di noi ha commesso i suoi piccoli o grandi torti, e ognuno di noi li ha subiti. Cerchiamo di non trovarci mai nella condizione di quel debitore insolvente di cui parlo il Signore in una delle sue parabole: chi sa di chiedere il condono di una grande somma di denaro non può rifiutare il condono di una somma piccola. Noi cominciamo ora il Grande Digiuno in preparazione per la Pasqua. Questo digiuno però sarà del tutto inutile, se noi lo faremo con spirito mercantile, facendo il conto di quanto dobbiamo e di quanto ci è dovuto.

Tutti i giorni siamo abituati a ripetere nel Padre Nostro la richiesta di rimettere i nostri debiti “come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Questa richiesta diventerà per noi una condanna, però,se noi non siamo capaci di rimettere i debiti, di condonare.

Voglio concludere questa riflessione con una citazione da un Padre del Deserto:

Un fratello della Libia venne da abba Silvano sul monte Panefo e gli disse: «Abba, ho un nemico che mi fa del male; quand’ero nel mon­do mi ha rubato il mio campo, mi ha spesso teso insidie, ed ecco che ha assoldato della gente per avvelenarmi. Voglio consegnarlo al giudice». L’anziano gli disse: «Fa’ ciò che ti dà pace, figliolo». E il fratello disse: «Abba, se riceve il castigo, la sua anima non ne trarrà pro­fitto?» . L’anziano disse: «Fa’ come ti pare, figliolo». Il fratello disse all’anziano: «Alzati, padre, preghiamo e poi vado dal giudice». L’anziano si alzò e dissero il «Padre nostro». Come giunsero alle parole: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12) , l’anziano disse: «Non rimettere a noi i nostri de­biti, come noi non li rimettiamo ai nostri debitori». Il fratello disse: «Non è così, padre». «E così, figliolo, — disse l’anziano — se veramente vuoi andare dal giudice per vendicarti, Silvano non fa altra preghie­ra per te». E il fratello si prostrò e perdonò al suo nemico.

Pregare con l’anima e il corpo

La Chiesa così ci ricorda, ancora una volta, che non è l’esattezza delle pratiche religiose a fare di noi dei veri cristiani, ma la nostra vita tutta intera. Non si può essere cristiani solo col corpo o solo con l’anima: parafrasando Sant’Agostino, se non diventiamo spirituali anche nel corpo diventeremo carnali anche nell’anima.

Omelia per la Domenica del Giudizio universale

Giudizio Universale
Il Signore divide le pecore dai capri (dalla Chiesa di Sant’Apollinare il Nuovo a Ravenna)

Letture
Apostolos:  1 Corinti 8, 8 – 9, 2
Evangelo: Matteo 25, 31-46

Nel nome del Padre, del Figlio e del Santo Spirito.

Siamo giunti alla terza domenica del Triodion, quella dell’Ultimo Giudizio, detta anche “Domenica di Carnevale” poiché è l’ultimo giorno in cui è ammesso mangiare carne, in attesa dell’inizio del digiuno quaresimale. In questa settimana infatti non ci sono giorni di digiuno ed è ammesso mangiare tutto, fuorché la carne.

Tutte e due le letture che la Chiesa proclama oggi ci ricordano però che non saremo giudicati per il nostro digiuno. E’ normale a questo punto che noi ci facciamo una domanda: perché la Chiesa ha istituito il digiuno della Grande Quaresima, se poi spende le prime quattro domeniche del Triodion per ricordarci che l’essenziale non è il digiuno? Non sarebbe stato meglio non istituirlo affatto? Ci sono diverse risposte a questa domanda.

La prima è semplice: noi siamo fatti di carne e spirito e dunque dobbiamo pregare con il corpo e con l’anima. Il digiuno è uno dei modi che abbiamo per pregare col corpo. Si potrebbe obiettare che è più importante pregare con l’anima e che quindi il digiuno sia secondario. Per certi versi è proprio quello che sembrano dire queste prime domeniche di questo tempo liturgico. Noi dobbiamo essere sempre attenti, però, a dare il giusto peso a tutto.
Proviamo a guardare la cosa da un punto di vista del tutto umano. Noi non abbiamo bisogno solo di nutrire il corpo, ma anche l’anima. Nutrimento del corpo è il cibo, nutrimento dell’anima sono (da un punto di vista umano) i libri, l’arte, la musica. Se nutro solo il mio corpo, diventerò una persona rozza e forse anche un po’ infelice. Se nutro solo la mia anima, il mio corpo deperirà. Anche da un punto di vista umano, poi, la cura del corpo e quella dell’anima devono andare di pari passo, perché la salute del corpo influenza quella dell’anima, e la salute dell’anima influenza quella del corpo.
Chiaramente, se anche il mondo riesce a capire una cosa del genere, tanto più dovremmo capirla noi. Eppure spesso non è così, ed è per questo che la Chiesa, prima di iniziare la Quaresima, ci ricorda queste cose. Noi abbiamo spesso due tentazioni opposte. La prima è quella di dare tanta importanza al digiuno da dimenticarci il resto. In questo caso noi rischiamo seriamente di cadere nel peccato del fariseo di cui abbiamo letto qualche domenica fa. La seconda è quella di considerare il digiuno tanto secondario da trascurarlo. Il risultato di questi due atteggiamenti è lo stesso: il corpo e l’anima deperiscono.

Una seconda risposta ce la suggerisce, indirettamente, la Lettura evangelica di oggi. Oggi la Chiesa proclama il discorso del Signore sull’Ultimo Giudizio. Secondo le parole di questo discorso, al Giudizio seguirà una separazione: da una parte chi ha amato, dall’altra chi non l’ha fatto: “Avevo fame e non mi avete dato da mangiare; avevo sete e non mi avete dato da bere”. Una delle motivazioni più antiche del digiuno è quella che oggi si chiama “beneficenza”. Si digiuna da alcuni cibi, che sono anche più costosi, per usare ciò che si risparmia in favore del nostro prossimo. In questo modo il digiuno della Grande Quaresima diventa anche il modo per mettere in pratica il precetto evangelico dell’amore per il prossimo. Questo è un aspetto del digiuno che è un po’ passato di moda e vale la pena quindi ricordarlo.

Ci ricorda San Paolo che “non sarà certo un alimento ad avvicinarci a Dio; né, se non ne mangiamo, veniamo a mancare di qualche cosa, né mangiandone ne abbiamo un vantaggio.” (1Cor 8, 8) Il senso del digiuno non è dunque nel digiuno in sé. Non ci asteniamo dalla carne e dagli altri alimenti di origine animale perché siamo “animalisti”, e neppure allo scopo di mortificare il corpo. Il digiuno non è utile di per sé, ma è utile (anzi: utilissimo) all’interno di una vita autenticamente cristiana. Un cristiano ortodosso che, potendolo fare, non digiuna non è affatto un cristiano ortodosso; così come non lo è che si limita al digiuno e alle pratiche esteriori tralasciando l’amore per il prossimo e il pentimento.

La Chiesa così ci ricorda, ancora una volta, che non è l’esattezza delle pratiche religiose a fare di noi dei veri cristiani, ma la nostra vita tutta intera. Non si può essere cristiani solo col corpo o solo con l’anima: parafrasando Sant’Agostino, se non diventiamo spirituali anche nel corpo diventeremo carnali anche nell’anima. Molte volte il Signore ci esorta ad essere luce davanti al nostro prossimo: “così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre belle opere, e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5, 16). Questo non significa che dobbiamo ostentare il nostro amore per il prossimo: i salvati chiedono al Signore quando mai lo hanno veduto nudo o affamato; non hanno operato in vista di una ricompensa divina o per essere ben visti dagli altri. Hanno operato per amore e così si sono resi immagine davanti agli uomini di Dio che è Amore, di quel Dio che ha tanto amato il mondo da dare il Figlio Suo Unigenito per la salvezza di tutti. A Lui onore e gloria, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen

“Ritornate, figli traviati”

“Un abisso invoca un altro abisso”. L’abisso di sventura e peccato invoca l’abisso di misericordia. Per questa seconda domenica del Triodion, la Chiesa prescrive la lettura di un’altra parabola, un’altra indicazione per la via del Regno, quella del figlio dissoluto (detta da alcuni  “Parabola del padre misericordioso”).

 

Omelia per la seconda domenica del Triodio

figlio prodigo2

Per questa seconda domenica del Triodion, la Chiesa prescrive la lettura di un’altra parabola, un’altra indicazione per la via del Regno, quella del figlio dissoluto (detta da alcuni  “Parabola del padre misericordioso”). Anche questa domenica, come le altre domeniche prequaresimali, ha un senso mistagogico, facendoci penetrare nel significato più profondo della Grande Quaresima.

Vediamo i personaggi di questa parabola: un padre e due figli. Del figlio minore, la parabola riferisce che un giorno egli si reca dal padre per chiedere di avere la sua parte di eredità. Pochi giorni dopo, il giovane parte e il padre non lo trattiene. Il padre ha rispetto della libertà del figlio, non vuole che il figlio rimanga con lui per un qualche obbligo. Il padre vuole che l’amore dei suoi figli per lui sia assolutamente libero, e pur sapendo che quel figlio se ne va lontano, pur temendo di non rivederlo più, lo lascia andare.

Il figlio si reca in un paese straniero, e qui spende tutte le sue sostanze, tutta l’eredità ricevuta dal padre, in divertimenti leggeri. Noi siamo quel che abbiamo ricevuto; noi non abbiamo meriti, e così anche questo giovane, che le sue ricchezze le ha ereditate. Non ha lavorato per esse, non ha faticato. E così è anche dei beni spirituali. Anzi, lo è ancora di più. Nessuno di noi ha qualche merito per i propri beni spirituali, tutti abbiamo ricevuto da Dio “e grazia su grazia”, come dice l’Evangelista Giovanni il Teologo. E come quel figlio dissoluto, anche noi sperperiamo le nostre ricchezze spirituali. Ci occupiamo del nostro benessere, ci preoccupiamo del nostro futuro, ci sforziamo di dare un senso, umanamente inteso, alla nostra vita. Dimentichiamo che soltanto una cosa è importante, dimentichiamo di mettere davanti a tutto il Regno di Dio e la sua giustizia.

Lontano dal padre, il giovane dissoluto cade presto in miseria. I suoi beni, usati in modo così malaccorto, si assottigliano e vengono meno. Il giovane diviene povero, come avviene a chiunque si allontani dalla fonte della propria ricchezza, sia essa materiale o spirituale. Aumentano le spese e cessano gli introiti. Il giovane comincia infine a darsi da fare. Trova un lavoro, il più umile, quello di guardiano di porci. Possiamo vedere in questo particolare un segno tangibile della lontananza da Dio, poiché il maiale era un animale impuro per gli ebrei che, per primi, ascoltarono questa parabola. Lontano dal padre, il giovane è caduto in basso. Ora sente davvero la sua lontananza, come sente i morsi della fame. Comincia a comprendere di essere caduto in un abisso, e da questo abisso comincia il suo ritorno: “Un abisso invoca un altro abisso” (Sal 41, 7) dice il salmista. L’abisso di sventura e peccato invoca l’abisso di misericordia. Il giovane vede finalmente la differenza tra il suo stato attuale e quello che ha abbandonato: lui, che è figlio, manca anche di quel pane di cui abbondano le mense di quelli che prima erano suoi servi. Bisogna avere fame e sete per capire cosa sia davvero mangiare e bere. Attraverso la fame e la sete il giovane ha capito di aver perduto sé stesso.

“Ritornate, figli traviati, ed io guarirò i vostri traviamenti” (Ger 3, 22) dice il Signore per tramite del Profeta Geremia. E il figlio traviato ritorna, per trovare la guarigione. Lo accoglie un padre che ne aveva a lungo atteso il ritorno. Il giovane viene rivestito della veste più bella, e si fa festa.

C’è sempre, però, per ognuno che ritorna qualcuno che crede di non essere mai partito, ma che col cuore è sempre stato lontano. Il fratello maggiore, veduta la festa, sentito che la festa è per il fratello, si sdegna. Perché? Perché il suo cuore è sempre stato lontano. Questo fratello minore era partito con la sua parte di eredità, aveva sperperato tutti i suoi averi in feste e prostitute, e appena ritornato viene accolto come se nulla fosse. Il padre gli ha fatto mettere addirittura “l’anello al dito”, quindi lo aveva reintegrato nella sua eredità, poiché l’anello era quello contenente il sigillo di famiglia. Il fratello maggiore si sente tradito: lui è sempre rimasto accanto al padre eppure non ha ricevuto nulla, neppure un capretto per fare festa insieme agli amici. Per il figlio traviato, invece, si uccide il vitello grasso. Possiamo leggere in questo fratello un po’ di invidia per chi si è alla fin fine “goduto la vita” ma si salva comunque, solo per essersi pentito. Tanto è sdegnato da non voler neppure entrare in casa e da costringere il padre a supplicarlo. “Io ti ho sempre servito” dice il figlio maggiore al padre. Non lo ha amato, lo ha servito. E’ rimasto lì come servo, non come figlio. Come figlio non è mai stato lì, il suo cuore è sempre stato lontano.

La parabola rimane sospesa; non sappiamo se il fratello maggiore si sia deciso ad entrare anche lui nella stanza della festa. Ci rimangono però le parole del padre: “questo tuo fratello era perduto ed è stato ritrovato, era morto ed è tornato in vita.”

La Resurrezione di Cristo è anche la nostra resurrezione alla vita, e il nostro cammino verso la Pasqua è la strada del nostro ritorno a Dio. Così si chiude questa mistagogia: noi tutti dobbiamo tornare a Dio, noi tutti siamo figli traviati in cerca di guarigione.

 

Dio resiste ai superbi

Oggi comincia il tempo del Triodion, cioè il periodo che ci porta alla Pasqua. Queste sono le prime domeniche, quelle prequaresimali, che servono a introdurci ai temi della Quaresima e ad insegnarci il modo di affrontare questo cammino quaresimale di avvicinamento alla Pasqua. In questa prima Domenica del Triodion si legge la Parabola del fariseo e del pubblicano.

Omelia per la Domenica del Fariseo e del Pubblicano

Il fariseo e il pubblicano

Nel nome del Padre, del Figlio e del Santo Spirito.

Oggi comincia il tempo del Triodion, cioè il periodo che ci porta alla Pasqua. Queste sono le prime domeniche, quelle prequaresimali, che servono a introdurci ai temi della Quaresima e ad insegnarci il modo di affrontare questo cammino quaresimale di avvicinamento alla Pasqua. In questa prima Domenica del Triodion si legge la Parabola del fariseo e del pubblicano.

Noi oggi abbiamo davanti due personaggi, ma anche due stereotipi, e proprio a motivo di questa parabola. Questo perché da quando questa parabola è stata raccontata per la prima volta fino ad oggi sono passati circa duemila anni, e noi non abbiamo immediatamente presente il suono che essa poteva avere alle orecchie di suoi primi ascoltatori. Noi siamo abituati a pensare al fariseo superbo e al pubblicano umile, protagonisti di questa parabola. In italiano, addirittura, usiamo la parola “fariseo” per indicare una persona ipocrita, che è convinta di essere migliore degli altri per le sue opere. Questo viene appunto da questa parabola, oltre che dal fatto che il Signore si scagliava spesso contro i farisei, poiché molti di loro erano effettivamente così. Non tutti, però: San Paolo quasi si vantava di essere stato fariseo quanto all’osservanza della Legge. In generale, i farisei non erano tutti superbi, e i pubblicani non erano tutti umili. Questo stereotipo diffuso, ci rende quindi più difficile la comprensione di questa parabola e ce la fa spesso interpretare in modo assai scontato. Oggi, poi, va di moda una interpretazione quasi antireligiosa: quanti vanno in chiesa, pregano e fanno digiuni sono visti un po’ come il fariseo, e gli altri sarebbero come il pubblicano. Questa interpretazione però, non vede un punto fondamentale: il pubblicano della parabola è infatti nel Tempio a pregare come il fariseo. E vero che i pubblicani generalmente non frequentavano il Tempio e non avevano una vita religiosa, ma qui vediamo un pubblicano che si reca al Tempio proprio perché sente il bisogno di Dio e del Suo perdono. Ci siamo così abituati ad interpretare questa parabola dando un valore sbagliato al fariseo e al pubblicano.

Prima di fare la Comunione un cristiano ortodosso recita o sente recitare una preghiera che dice così: “Credo, Signore, e confesso che Tu sei veramente il Cristo, il Figlio del Dio Vivente, venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io.” Questa preghiera la legge per primo il Sacerdote, prima di fare la comunione, dopodiché essa viene letta anche per i fedeli. Ognuno di noi, prima di fare la Comunione, confessa quindi di essere il primo dei peccatori. Chiaramente, non è possibile che ognuno di noi sia il primo dei peccatori in senso assoluto, perché c’è chi pecca di più (o con più convinzione) e chi di meno. Ognuno deve pensare però solo ai propri peccati e non a quelli altrui, questo significa essere il primo dei peccatori.

Detto questo, vediamo quali sono i problemi che vengono fuori da questa parabola.
Il fariseo prega dicendo: “Io ti ringrazio, Signore, perché non sono come gli altri uomini”, e così, subito, si paragona agli altri, ritenendosi superiore. Inoltre possiamo notare che questa preghiera è falsa. Comincia infatti ringraziando Dio di non essere come gli altri uomini e quindi riconosce di dovere questo a Dio, ma poi comincia a vantarsi e ad elencare le sue opere, il digiuno e il pagamento della decima (la decima parte dei guadagni, che gli ebrei pagavano al Tempio). Vediamo quindi dove sta qui la sua ipocrisia: perché vantarsi delle proprie opere se esse vengono da Dio? Evidentemente il suo ringraziamento a Dio non è affatto sincero; il fariseo pensa che le sue opere buone siano opera sua e non di Dio, e quindi che siano un suo merito. Inoltre il fariseo giudica il pubblicano, senza porsi un altro problema importante. Il pubblicano, infatti, è certamente diventato tale per qualche motivo (diventare pubblicani significava diventare collaborazionisti del dominatore romano e traditori del popolo di Israele), non lo sarebbe divenuto, probabilmente, se ne avesse avuto il modo. I farisei erano di solito persone di classe agiata: non facevano i pastori, o i contadini. Se il fariseo non ha mai rubato non è soltanto per suo merito, ma forse anche perché non si è mai trovato della tentazione di farlo. Se anche il pubblicano fosse cresciuto in una famiglia agiata forse non sarebbe divenuto pubblicano. Il fariseo, quindi, ha tutte le ragioni per ringraziare Dio nella preghiera, ma poi, giudicando il pubblicano, mostra come questa preghiera sia falsa.
Da questo punto di vista, il senso della parabola è che nessuno è giustificato dalle proprie opere. Il pubblicano infatti prega solo dicendo: “Signore sii clemente come me peccatore”. Come però ho detto prima, la parabola si presta ad essere interpretata male per via dei nostri stereotipi. E così esiste anche un modo “farisaico” di essere pubblicani, ed è una cosa oggi molto diffusa: ci sono oggi tanti “falsi pubblicani” che nel loro cuore pregano dicendo più o meno così: “Signore, io ti ringrazio di non essere un ipocrita come quei bigotti che fanno tutti i digiuni. Commetto ogni giorno tanti peccati, non digiuno e non pago la decima, però lo riconosco e confido nella tua misericordia.” Questo è chiaramente un modo “farisaico” di essere pubblicani. Come se io, dopo aver confessato nelle mie preghiere che il Signore è venuto al mondo “per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io”, appena uscito di Chiesa, mi mettessi a giudicare gli altri.

Alla parabola, in realtà, interessa soprattutto la diversità dell’atteggiamento di questi due personaggi, non tanto in quello che fanno, quanto piuttosto in quello di cui parlano nella loro preghiera. Il primo, infatti, parla delle cose che ha fatto, l’altro di quelle che non ha fatto. Il fariseo si vanta davanti a Dio delle sue opere, mentre il pubblicano chiede perdono a Dio per non averle compiute.

Mentre una persona di mentalità farisaica fa la Quaresima pensando che questo lo rendano giusto davanti a Dio e quindi fa il “conto” di tutto ciò che fa, una persona umile (che pure deve fare la Quaresima) fa invece il conto delle cose che non riesce a fare. E sono tante le cose che non riusciamo a fare.
Questa parabola ci mostra dunque quale debba essere il nostro primo atteggiamento di fronte al digiuno e di fronte a tutte le osservanze legate alla Grande Quaresima (la preghiera, l’elemosina, il “digiuno dalle passioni”). Il digiuno, come sappiamo o dovremmo sapere è un aiuto che Dio ci da, perché digiunando noi riusciamo a separarci anche dalle nostre passioni, riusciamo ad avere un modo migliore per avvicinarci a Dio. Il digiuno è uno strumento: non ci rende giusti davanti a Dio, ma è essenziale per avvicinarci al mistero della Pasqua. Questo vuol dire che non dobbiamo arrivare in fondo alla Quaresima chiedendoci se abbiamo rispettato il digiuno alla lettera tutte le volte che era possibile. Possiamo chiedercelo, certamente, ma non è essenziale. L’utilità del digiuno è nel fatto di mostrarci la nostra fragilità, facendoci diventare più consapevoli della nostra condizione di peccatori. Se giungo al termine della Quaresima e penso di aver digiunato bene, evidentemente non ho digiunato abbastanza. Il primo degli elementi fondamentali della Grande Quaresima è infatti l’umiltà nel dichiararsi peccatori, e a questo dobbiamo pensare con il nostro digiuno. Questo è il motivo per cui questa parabola è posta all’inizio di questa parte prequaresimale del Triodion: per mostrarci come la Quaresima non debba essere soltanto l’adempimento di una serie di precetti.
Se infatti affrontiamo questo periodo nell’Anno Liturgico con spirito farisaico, credendoci giustificati dall’osservanza dei precetti, noi inganniamo noi stessi.

Oggi si apre il cammino verso la Pasqua, nella quale celebreremo il mistero della nostra Salvezza e della nostra Resurrezione. In questo cammino dovremo riflettere su quanto siamo ancora distanti da Dio, e su quanta strada dobbiamo fare per giungere a Lui. In questa strada Dio stesso ci viene incontro, ma questo suo venirci incontro non ci può essere di utilità, se noi non andiamo incontro a lui nello spirito giusto. Dio non può salvarci, se non non lo vogliamo allo stesso modo in cui lo voleva il pubblicano della parabola.

“Dio resiste ai superbi, ma fa grazia agli umili” (1 Pt 5, 5) dice la Scrittura. A lui onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

(23 Gennaio / 5 Febbraio 2017)

Vaccini, autismo e complotti

autismo

Ho ricevuto privatamente una email in cui mi si pongono alcune domande su un argomento che non è, strettamente parlando, religioso ma che mi sta molto a cuore. Per questo ho deciso di rispondere pubblicamente.

Caro p. Daniele,
per puro caso, mi sono trovato a leggere alcuni suoi interventi in una discussione su un noto Social Network, sull’argomento “autismo & vaccini”. A quanto ho inteso, Lei ha una certa conoscenza dell’argomento, anche per motivi personali, le chiederei quindi di rispondere ad alcune domande.
1) Esiste una posizione ufficiale della Chiesa riguardo ai vaccini?
2) E’ vero che c’è in corso una sorta di “epidemia” di autismo?
3) Ci sono dati certi sulla correlazione tra vaccini e autismo?
4) Cosa pensa della recente legge che rende quasi obbligatorio vaccinare i propri figli?

La ringrazio anticipatamente.
G. A.

Ringrazio innanzitutto della fiducia per queste domande. Posso dire di essere pienamente competente per la prima, che riguarda la dottrina della Chiesa. Per le altre domande la mia competenza è dovuta a fatti personali: sono padre di una bambina autistica e soprattutto per questa ragione conosco molti bambini autistici, con la loro storia clinica e le loro famiglie. Conosco anche, per ragioni che sarebbe troppo lungo spiegare, molti autistici adulti. Questi fatti mi hanno portato ad approfondire la questione partendo dalle basi, ovvero dei manuali di psichiatria e dei testi generalmente in uso nelle nostre università.
E’ inutile dire che essere genitori di un bambino autistico non è mai una passeggiata, e per questa ragione molti genitori sono stati portati a credere a vari venditori di fumo che offrivano cure miracolose.

Vengo però alle domande, senza dilungarmi ulteriormente.

1) Esiste una posizione ufficiale della Chiesa riguardo ai vaccini?

Ovviamente no, per il semplice motivo che i vaccini non sono argomento di fede o di morale. Qualunque chierico che parli dei vaccini lo fa a titolo personale, che sia favorevole o contrario. Ciò che fa la differenza è quindi la competenza specifica sull’argomento, senza la quale è inutile esprimere opinioni.
Alcuni hanno provato a far diventare quello dei vaccini un problema morale, diffondendo la notizia che i vaccini sarebbero prodotti utilizzando materiale cellulare umano proveniente da feti abortiti. Questa notizia è però falsa, quindi il problema morale non sussiste.

2) E’ vero che c’è in corso una sorta di “epidemia” di autismo?

No, non è vero. E’ vero il fatto che è cambiato il modo di diagnosticare l’autismo. Un tempo per autistico si intendeva un bambino totalmente chiuso, spesso incapace di parlare. Oggi non si parla più di “autismo” ma di “spettro autistico”, ovvero di un insieme di disturbi che compaiono in modalità diverse. E’ un errore, ad esempio, dire che “per colpa dei vaccini un bambino su cento diventa autistico”. In realtà un bambino su cento rientra (con o senza vaccini) in questo spettro che raccoglie in sé un po’ di tutto, dal bambino “assente” e che magari non riesce neppure a parlare (molto raro) a quello semplicemente “strano” ma sostanzialmente normale quanto ad abilità.
Cerco di spiegarmi meglio: se è vero che un bambino su cento è autistico, è anche vero che questi bambini autistici non sono affatto tutti uguali, e i casi di bambini gravi sono assai rari, mentre sono assai frequenti i bambini con autismo lieve o addirittura a livello subclinico (cioè senza la necessità di una vera e propria terapia).
A questo bisogna aggiungere che un tempo avere un figlio autistico era quasi considerato una vergogna, così non abbiamo assolutamente alcuna certezza di quale fosse la reale incidenza del disturbo autistico un secolo fa. Certamente non era molto lontana da quella di oggi.

3) Ci sono dati certi sulla correlazione tra vaccini e autismo?

Un dato assolutamente certo effettivamente c’è: non esiste alcuna correlazione tra i vaccini e il disturbo autistico. Questo è oggi sostenuto dalla stragrande maggioranza dei medici e chi dice il contrario nel migliore dei casi è un incompetente, nel peggiore è purtroppo uno speculatore che ha trovato il modo di guadagnare sulla disperazione dei genitori.
La teoria secondo la quale l’autismo sarebbe provocato da un vaccino la dobbiamo soprattutto a un vero e proprio criminale, Andrew Wakefield, che nel 1998 falsificò una ricerca medica per dimostrare questo. Non sto a dilungarmi su questo personaggio. Dirò solo che molti genitori disperati hanno dilapidato il loro patrimonio, per colpa sua, nella speranza di una guarigione che non c’è mai stata.

4) Cosa pensa della recente legge che rende quasi obbligatorio vaccinare i propri figli?

Molti credono che malattie come il morbillo siano innocue, in realtà il morbillo decreta la morte di un ammalato su mille. Per intenderci, nell’ultimo anno in Italia ci sono stati circa 1700 casi di morbillo e sono morti due bambini. In Romania, dove la psicosi antivaccinista è ben peggiore che da noi, ci sono stati 31 morti per morbillo, tutti bambini. Per questa ragione comprendo i motivi che hanno spinto verso questa legge, ma non la condivido, perché essa ha dato nuovo vigore agli pseudo-scienziati e ai complottisti di ogni risma.

Concludendo

Mi sembra utile dare alcuni riferimenti per approfondire il problema. Prima di tutto qualche libro:

  • Uta Frith, L’autismo. Spiegazione di un enigma, Milano, Laterza, 2009
    E’ probabilmente il miglior testo a disposizione.
  • Temple Grandin, Pensare in immagini. E altre testimonianze della mia vita di autistica, Erickson, 2006
    L’autrice è autistica e ha insegnato per molti anni zootecnologia nella Università del Colorado.
  • Donna Williams, Nessuno in nessun luogo. La straordinaria autobiografia di una ragazza autistica, Armando, 2013
    Anche Donna Williams è autistica. Artista e poetessa.

Poi due film:

  • Adam di Max Mayer del 2009. La vita di un giovane ricercatore affetto dalla Sindrome di Asperger, una delle varianti dello spetto autistico.
  • Temple Grandin. Una donna straordinaria. Film per la televisione girato da Mick Jackson e trasmesso nel 2010

 

Vi lascio con un piccolo video:


AVVERTENZA:
Sia chiaro che non ho tempo da perdere con chi sostiene teorie del tipo vaccini / scie chimiche / rettiliani / ecc.
Evitate dunque di postare roba del genere nei commenti, perché tanto non sarà pubblicata.

Sulla Comunione frequente

communion

Mi è capitato recentemente di rispondere in privato ad alcune domande sul tema della Comunione frequente. Si tratta, stranamente, di un argomento assai dibattuto. E dico “stranamente” perché l’opinione dei Padri in merito è molto chiara. Ho così pensato di rendere pubbliche le risposte.

Quanto spesso è bene accostarsi all’Eucaristia?

San Girolamo di Egina, un grande spirituale del secolo scorso, raccomandava la comunione frequente. Molti ebbero a chiedergli quanto spesso ci si debba comunicare, ed egli in genere rispondeva molto pragmaticamente: “Non hai bisogno di sapere quante volte devi mangiare: quando hai fame, mangi”, volendo significare che non esiste una regola precisa. Credo che a questa domanda non esista risposta migliore della sua.

Prendo spunto per trarne un piccolo corollario.
Se è vero – ed è certamente vero – che l’Eucaristia è il nostro cibo spirituale per eccellenza, è anche vero che per questo cibo spirituale vale la stessa regola che vale per quello corporale: né troppo, né troppo poco. Un insegnante non dovrebbe mangiare quanto un muratore (perché tradurrebbe l’eccesso di cibo in eccesso di peso) e allo stesso modo una persona che non curi molto la propria vita spirituale farà bene a non comunicarsi troppo spesso. C’è però differenza tra mangiare secondo il proprio bisogno e non mangiare affatto. Avere appetito è generalmente sintomo di buona salute: chi manca di “appetito spirituale” e non sente la necessità di comunicarsi con una certa frequenza non mostra grande salute spirituale. Chi ha l’abitudine di comunicarsi raramente dovrebbe quindi chiedersi: “Sono sicuro di star bene?”

Alcuni dicono che sia male comunicarsi frequentemente. Cosa ne pensa?

In generale, l’argomento più importante contro la pratica della comunione frequente è anche l’argomento più importante a suo favore. Molti sostengono infatti che comunicarsi frequentemente sia un errore, perché per partecipare della Eucaristia bisogna essere “degni” e “preparati”.
Questo non è in realtà un argomento serio per sconsigliare la comunione frequente; al contrario, questo è un motivo per comunicarsi il più spesso possibile.

Prima di tutto bisognerebbe dire che nessuno è degno – non nell’accezione che diamo di solito a questa parola – di partecipare al Sangue e al Corpo di Cristo. E se qualcuno pensa di esserne degno compie come minimo un peccato di superbia. Se aspettiamo di essere realmente degni, non ci comunicheremo mai.

In secondo luogo, se ci sentiamo indegni dell’Eucaristia per la maggior parte dell’anno, questo significa che la nostra vita sta percorrendo binari sbagliati. L’Eucaristia è infatti – secondo le parole di Sant’Ignazio Teoforo nella sua Lettera agli Efesini – il “farmaco di immortalità, antidoto per non morire ma vivere in Gesù Cristo per sempre”, ed esserne indegni implica l’essere indegni dell’immortalità e della salvezza.

Per le malattie del corpo ci affidiamo al medico: lui ci dirà se il nostro stile di vita è sano e in cosa eventualmente cambiarlo, quali cibi e quali attività evitare, e in più ci curerà con dei farmaci. Per la vita spirituale vale lo stesso: chi esercita la paternità spirituale su di noi ci indicherà la strada nella nostra vita spirituale. Sempre lui ci dirà quando accedere al “farmaco dell’immortalità” e quanto spesso.

Quali Padri della Chiesa sono favorevoli alla comunione frequente?

In una parola, tutti.

Qualcuno potrà citare qualche passo che sembra incitare al contrario, ma chiunque legga i Padri nel loro contesto storico sa benissimo che sono tutti dell’idea che un buon cristiano debba comunicarsi frequentemente. Ovviamente questo significa anche che un buon cristiano deve cercare di essere sempre preparato a ricevere i Santi Doni. Se non si sente preparato o degno abbastanza deve sforzarsi di diventarlo.

In cosa consiste la normale preparazione alla Comunione?

In linea generale, è necessario attenersi ad una serie di semplici regole.

1. Pregare ogni giorno.

2. Seguire il più possibile il digiuno, sia quello del mercoledì e del venerdì di ogni settimana che quello di tutti i giorni durante i periodi dell’anno che la Chiesa consacra al digiuno.

3. Sforzarsi di vivere una vita autenticamente cristiana.

4. Partecipare alle funzioni religiose del sabato sera (Vespro o Grande Veglia, secondo l’uso locale). Se questo non è possibile, leggere le preghiere di preparazione alle Comunione o altro, secondo l’istruzione del padre spirituale.

5. Essere digiuni almeno dalla mezzanotte. Alcuni praticano un digiuno di tre giorni prima della Comunione, ma quest’uso si riferisce soltanto a chi non si comunica frequentemente. Chi si comunica con una certa frequenza non è tenuto a fare altri digiuni

In quali casi è necessario invece evitare di comunicarsi?

È bene non comunicarsi quando non ci si è preparati degnamente, ma è anche bene che questo non accada troppo spesso. Chi pensa di essere un cristiano tanto indegno da non potersi comunicare neppure ogni due o tre domeniche deve innanzi tutto sforzarsi di migliorare.

Al di là di questo caso, vi sono casi che, salvo eccezioni, escludono almeno temporaneamente dalla Comunione. In linea generale, questi casi possono tutti essere condotti a una di queste situazioni:

1. Non può comunicarsi chi abbia commesso un peccato che implichi la scomunica (omicidio, adulterio o sacrilegio, per esempio).

2. Non può comunicarsi chi vive in una condizione contraria all’insegnamento della Chiesa, per esempio una persona che convive con un altra more uxorio, ma senza esservi sposata.

Vale però la pena di ripetere: l’essere in condizione di peccato non deve diventare un argomento contro il Sacramento dell’Eucaristia. Al contrario, il bisogno di accostarsi all’Eucaristia deve essere il motivo per abbandonare tale condizione.
Il sentirsi peccatori non deve in nessun caso diventare una comoda scusa per continuare ad esserlo.

Diamoci delle arie…

Alcuni mesi fa, Tudor Pectu, un mio corrispondente romeno, mi ha intervistato nell’ambito di una sua ricerca sul’Ortodossia in Occidente.

Tra gli intervistati ci sono ovviamente persone  ben più quotate ed influenti di me nell’ambito dell’Ortodossia in Italia e in Occidente, ma vi sono anche alcuni ben più sconosciuti di me… Queste interviste sono state pubblicate in rete, mentre la mia ha avuto l’onore di essere pubblicata in volume.

Dunque, tanto per darmi un po’ di arie, ecco a voi il link dell’intervista: Alcune domande al curatore del blog