Sulla Comunione frequente

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Mi è capitato recentemente di rispondere in privato ad alcune domande sul tema della Comunione frequente. Si tratta, stranamente, di un argomento assai dibattuto. E dico “stranamente” perché l’opinione dei Padri in merito è molto chiara. Ho così pensato di rendere pubbliche le risposte.

Quanto spesso è bene accostarsi all’Eucaristia?

San Girolamo di Egina, un grande spirituale del secolo scorso, raccomandava la comunione frequente. Molti ebbero a chiedergli quanto spesso ci si debba comunicare, ed egli in genere rispondeva molto pragmaticamente: “Non hai bisogno di sapere quante volte devi mangiare: quando hai fame, mangi”, volendo significare che non esiste una regola precisa. Credo che a questa domanda non esista risposta migliore della sua.

Prendo spunto per trarne un piccolo corollario.
Se è vero – ed è certamente vero – che l’Eucaristia è il nostro cibo spirituale per eccellenza, è anche vero che per questo cibo spirituale vale la stessa regola che vale per quello corporale: né troppo, né troppo poco. Un insegnante non dovrebbe mangiare quanto un muratore (perché tradurrebbe l’eccesso di cibo in eccesso di peso) e allo stesso modo una persona che non curi molto la propria vita spirituale farà bene a non comunicarsi troppo spesso. C’è però differenza tra mangiare secondo il proprio bisogno e non mangiare affatto. Avere appetito è generalmente sintomo di buona salute: chi manca di “appetito spirituale” e non sente la necessità di comunicarsi con una certa frequenza non mostra grande salute spirituale. Chi ha l’abitudine di comunicarsi raramente dovrebbe quindi chiedersi: “Sono sicuro di star bene?”

Alcuni dicono che sia male comunicarsi frequentemente. Cosa ne pensa?

In generale, l’argomento più importante contro la pratica della comunione frequente è anche l’argomento più importante a suo favore. Molti sostengono infatti che comunicarsi frequentemente sia un errore, perché per partecipare della Eucaristia bisogna essere “degni” e “preparati”.
Questo non è in realtà un argomento serio per sconsigliare la comunione frequente; al contrario, questo è un motivo per comunicarsi il più spesso possibile.

Prima di tutto bisognerebbe dire che nessuno è degno – non nell’accezione che diamo di solito a questa parola – di partecipare al Sangue e al Corpo di Cristo. E se qualcuno pensa di esserne degno compie come minimo un peccato di superbia. Se aspettiamo di essere realmente degni, non ci comunicheremo mai.

In secondo luogo, se ci sentiamo indegni dell’Eucaristia per la maggior parte dell’anno, questo significa che la nostra vita sta percorrendo binari sbagliati. L’Eucaristia è infatti – secondo le parole di Sant’Ignazio Teoforo nella sua Lettera agli Efesini – il “farmaco di immortalità, antidoto per non morire ma vivere in Gesù Cristo per sempre”, ed esserne indegni implica l’essere indegni dell’immortalità e della salvezza.

Per le malattie del corpo ci affidiamo al medico: lui ci dirà se il nostro stile di vita è sano e in cosa eventualmente cambiarlo, quali cibi e quali attività evitare, e in più ci curerà con dei farmaci. Per la vita spirituale vale lo stesso: chi esercita la paternità spirituale su di noi ci indicherà la strada nella nostra vita spirituale. Sempre lui ci dirà quando accedere al “farmaco dell’immortalità” e quanto spesso.

Quali Padri della Chiesa sono favorevoli alla comunione frequente?

In una parola, tutti.

Qualcuno potrà citare qualche passo che sembra incitare al contrario, ma chiunque legga i Padri nel loro contesto storico sa benissimo che sono tutti dell’idea che un buon cristiano debba comunicarsi frequentemente. Ovviamente questo significa anche che un buon cristiano deve cercare di essere sempre preparato a ricevere i Santi Doni. Se non si sente preparato o degno abbastanza deve sforzarsi di diventarlo.

In cosa consiste la normale preparazione alla Comunione?

In linea generale, è necessario attenersi ad una serie di semplici regole.

1. Pregare ogni giorno.

2. Seguire il più possibile il digiuno, sia quello del mercoledì e del venerdì di ogni settimana che quello di tutti i giorni durante i periodi dell’anno che la Chiesa consacra al digiuno.

3. Sforzarsi di vivere una vita autenticamente cristiana.

4. Partecipare alle funzioni religiose del sabato sera (Vespro o Grande Veglia, secondo l’uso locale). Se questo non è possibile, leggere le preghiere di preparazione alle Comunione o altro, secondo l’istruzione del padre spirituale.

5. Essere digiuni almeno dalla mezzanotte. Alcuni praticano un digiuno di tre giorni prima della Comunione, ma quest’uso si riferisce soltanto a chi non si comunica frequentemente. Chi si comunica con una certa frequenza non è tenuto a fare altri digiuni

In quali casi è necessario invece evitare di comunicarsi?

È bene non comunicarsi quando non ci si è preparati degnamente, ma è anche bene che questo non accada troppo spesso. Chi pensa di essere un cristiano tanto indegno da non potersi comunicare neppure ogni due o tre domeniche deve innanzi tutto sforzarsi di migliorare.

Al di là di questo caso, vi sono casi che, salvo eccezioni, escludono almeno temporaneamente dalla Comunione. In linea generale, questi casi possono tutti essere condotti a una di queste situazioni:

1. Non può comunicarsi chi abbia commesso un peccato che implichi la scomunica (omicidio, adulterio o sacrilegio, per esempio).

2. Non può comunicarsi chi vive in una condizione contraria all’insegnamento della Chiesa, per esempio una persona che convive con un altra more uxorio, ma senza esservi sposata.

Vale però la pena di ripetere: l’essere in condizione di peccato non deve diventare un argomento contro il Sacramento dell’Eucaristia. Al contrario, il bisogno di accostarsi all’Eucaristia deve essere il motivo per abbandonare tale condizione.
Il sentirsi peccatori non deve in nessun caso diventare una comoda scusa per continuare ad esserlo.

Diamoci delle arie…

Alcuni mesi fa, Tudor Pectu, un mio corrispondente romeno, mi ha intervistato nell’ambito di una sua ricerca sul’Ortodossia in Occidente.

Tra gli intervistati ci sono ovviamente persone  ben più quotate ed influenti di me nell’ambito dell’Ortodossia in Italia e in Occidente, ma vi sono anche alcuni ben più sconosciuti di me… Queste interviste sono state pubblicate in rete, mentre la mia ha avuto l’onore di essere pubblicata in volume.

Dunque, tanto per darmi un po’ di arie, ecco a voi il link dell’intervista: Alcune domande al curatore del blog

Perché l’ecumenismo è una eresia?

FrancisBartholomew

Spesso mi si chiede come mai molti ortodossi siano tanto contrari al movimento ecumenico e guardino ad esso con tanta ostilità, vedendovi addirittura una eresia. I motivi sono in realtà molti e gravi, e meritano una trattazione approfondita. Mi limiterò qui a poche note fondamentali, partendo dall’esempio di una eventuale unificazione tra cattolici ed ortodossi. Non ho assolutamente la pretesa di riferire qui, in poche righe, tutte le possibili interpretazioni di un problema che è di per sé assai complesso. Mi limiterò ad enunciare quella che credo possa considerarsi la critica più ovvia, e per certi aspetti quasi banale, dell’ecumenismo, e questo perché tale critica proprio per la sua ovvietà viene spesso ignorata.

Voglio prescindere per un momento dalla questione delle differenze dogmatiche, questione a cui molti sono oggi (del tutto ingiustamente) allergici, e partire da un punto di vista semplicemente pratico. Una eventuale unione tra cattolici e ortodossi è possibile solo in tre prospettive, o se si vuole tre vie, che vengo ad esaminare.

La prima via è quella che potremmo definire come un ecumenismo “cattolico”. In tale prospettiva, il Papa di Roma conserva la sua posizione attuale, rimanendo vescovo “universale” (secondo la definizione romano cattolica) , con giurisdizione su tutta la Chiesa. Questa è, di fatto, ancora oggi la posizione del Concilio Vaticano II e di molti documenti ufficiali recenti della Sede romana, nei quali si ribadisce che non vi è vera comunione con la Chiesa se non nella comunione con il Papa. E’ chiaro che una eventualità del genere sancirebbe la fine dell’Ortodossia per come la conosciamo attualmente. Nella Chiesa Ortodossa non esiste alcun primato universale, e i vescovi hanno tutti pari dignità. Ognuno di essi ha giurisdizione diretta nel proprio territorio, e non oltre. Possiamo dire che una prospettiva del genere porterebbe gli ortodossi a smettere di essere ortodossi.

Va notato che tale posizione non è affatto nuova. E’ quella che fu portata avanti al Concilio di Lione (nella seconda metà del XIII secolo), poi a quello di Ferrara-Firenze (nel XV secolo), e che fu poi messa fattivamente in atto con l’Unione di Brest (1595-96) e in generale con quello che gli ortodossi chiamano “uniatismo”. Questi tentativi di unificazione (o per meglio dire, di assimilazione degli ortodossi a Roma) furono sempre assai modesti nei risultati e contribuirono semmai a confermare gli ortodossi in un profondo atteggiamento antilatino, soprattutto a causa di avvenimenti storici incresciosi, come lo sterminio perpetrato dal Patriarca Veccos ai danni di quei monaci athoniti che si erano ribellati all’unione di Lione. Tanto basti per dire che questa via non è assolutamente percorribile da parte degli ortodossi.

La seconda via è del tutto speculare alla precedente, e potremmo definirla come un ecumenismo “ortodosso”. Secondo questa prospettiva, il Papa di Roma dovrebbe rinunciare alla sua posizione attuale, divenendo un vescovo come gli altri (o, se si preferisce, un Patriarca come gli altri). Vale qui il discorso fatto poc’anzi per gli ortodossi: nella eventualità di un tale cambiamento all’interno del Cattolicesimo romano, gli ortodossi manterrebbero forse la loro identità, ma sarebbero i romano-cattolici a perderla. Padre Gheorgij Florovskij fu per un certo tempo un convinto sostenitore di questa via. Egli era radicalmente convinto che gli ortodossi, partecipando al movimento ecumenico, potessero in qualche modo “rendere testimonianza” alla verità. Giunse presto al disinganno, constatando come lo spirito di fondo dell’ecumenismo non permettesse una tale testimonianza.

“La nostra salvezza sta solo col Papa e nel Papa” diceva Giovanni Bosco. Ovviamente dai suoi tempi molta acqua è passata sotto i ponti, e oggi pochissimi userebbero una espressione di questo tipo. Questo però non significa affatto che per il Cattolicesimo la figura del Papa abbia perso importanza. Per molti versi, al contrario, il Papa riesce in popolarità a reggere nonostante la crisi profonda del Cattolicesimo. Saranno davvero disposti, i cattolici, ad abbandonare l’idea che la Chiesa sia retta visibilmente da un solo Vicario di Cristo? Essendo io ortodosso mi astengo dall’esprimermi per conto loro, sebbene tutto mi porti a congetturare una risposta negativa.

Queste due prime vie partono dal presupposto che la strada dell’unità sia innanzitutto una strada di assimilazione, questo perché ambedue partono da una percezione molto netta della realtà della Chiesa. Se infatti vi sono molte differenze dottrinali tra ortodossi e cattolici (anche se per semplicità mi sono limitato solo al problema della Giurisdizione universale del Papa), è ovvio che vi siano anche dei punti in comune.Tra questi punti in comune c’è la fede ferma nel fatto che la Chiesa sia già visibilmente unita ed unica. Sia gli ortodossi che i cattolici si riconoscono nella Chiesa ”Unica, Santa, Cattolica ed Apostolica”, secondo le parole del Simbolo niceno-costantinopolitano. La differenza (che non è di poco conto) consiste semmai nell’identificazione di quale sia la vera Chiesa, se sia cioè la Chiesa Ortodossa o il Cattolicesimo romano.

Veniamo dunque alla terza via: l’ecumenismo “protestante”, ovvero quella che viene generalmente detta “unità nella diversità”. Si tratta della prospettiva di fondo che anima il movimento ecumenico sin dalla sua origine. Varrà la pena di ricordare come l’ecumenismo sia nato nell’ambito del protestantesimo liberale e si sia nutrito di alcune sue idee di fondo. Va da sé che un protestante autentico, che prenda sul serio i punti fondamentali della Riforma, non potrà mai accettare un compromesso su tali punti. L’ecumenismo nasce infatti nel mondo protestante per il mondo protestante. Fuori dall’ottica della Riforma, esso scolorisce del tutto e perde di senso.
Nella nostra ipotesi iniziale, quella di una unificazione di cattolici ed ortodossi, l’unità nella diversità potrebbe avere solo due esiti antitetici. Un primo possibile esito sarebbe quello di una unità o comunione formale in cui si continua ad essere divisi su tutto: se mi si passa la metafora, sarebbe come passare dal divorzio alla separazione legale. Un altro possibile esito sarebbe quello della relativizzazione della fede: essere insieme credendo che ciò che ci divide sia soltanto relativo, e non assoluto. Questo significherebbe la perdita di identità sia per i romano-cattolici che per gli ortodossi.

Bisogna notare che questa prospettiva dell’unità nella diversità, a differenza dalle precedenti, parte dal presupposto che la Chiesa non sia visibilmente unita. L’unità della Chiesa è qui considerata o come unità invisibile da rendere visibile, o come unità solo potenziale da mettere, se così si può dire, in atto.
E’ assai curioso il fatto che sia i cattolici romani che gli ortodossi pur professando ognuno la propria forma di ecumenismo (le prime due vie di cui ho parlato) abbiano poi firmato documenti come la Charta Oecumenica [1] che sono chiare espressioni di questa terza via.

Entriamo qui nel problema delle differenze dogmatiche tra cristiani di diversa confessione. Dobbiamo a questo punto porci una serie di domande: quanto sono importanti tali differenze? Siamo davvero disposti a rinunciarvi? Un autore protestante, Alphonse Maillot, ebbe a scrivere riguardo ai rapporti  tra cattolici e protestanti, le righe che riporto:

«Bisogna chiedersi se è a causa di un’autentica convinzione cristiana che cattolici e protestanti oggi si tendano la mano o se non è, spesso, per tiepidezza ed indifferenza. Come due valorosi guerrieri stanchi di lottare senza conoscerne bene il motivo, acconsentono a stringersi la mano prima di coricarsi per dormire o per morire. Non credo che sia sempre un’autentica riconciliazione. Ci si può chiedere se la cessazione della reciproca accusa di eresia non provi semplicemente che gli uni e gli altri hanno rinunciato alle loro profonde convinzioni per trasformare in compromessi le loro approssimazioni. Il problema va posto.» [2]

Maillot tocca qui un problema profondo. Il movimento inter-cristiano, col suo strascico di dialoghi, concelebrazioni, dichiarazioni comuni, non è forse altro che il sintomo di un male che oggi indispone quasi tutte le Confessioni cristiane: la mancanza di fede. Con l’avanzata della secolarizzazione e il distacco sempre crescente tra le masse, solo nominalmente cristiane, e la Chiesa (qualunque cosa si intenda per “Chiesa”), è chiaro come tutte le Confessioni cristiane stiano attraversando un momento di profonda crisi spirituale, del tutto parallela alla crisi culturale che interessa in genere l’Occidente. Il minimalismo e il relativismo dogmatico sottesi all’ecumenismo sono, da questo punto di vista, la versione teologica del relativismo culturale che oggi tanto è in voga. Bisogna aggiungere che, come il relativismo culturale è il sintomo della crisi di identità dell’Occidente (Occidente che sembra avere ormai rinnegato le sue radici greco-latine, almeno quanto quelle cristiane), allo stesso modo l’ecumenismo non è che il sintomo di una perdita di fede. E’ chiaro che non si tratta dell’unico sintomo di questa malattia. E’ però uno dei sintomi più evidenti quest’oggi.

Concludendo, alla domanda se l’ecumenismo sia una eresia, credo di poter rispondere che esso è forse molto più che una semplice eresia.

Mi si obietterà forse che le “guerre sante” del passato non sono certamente state sintomo di salute spirituale, il che è per certi versi cosa vera. E’ anche cosa vera però che le “guerre” (sante o meno) tra i cristiani dei secoli passati hanno sempre avuto dei motivi. Il fatto di non farsi guerra non rende di per sé i cristiani di oggi migliori di quelli di ieri. Credo che sarebbe segno di grande superbia spirituale oggi, per un ortodosso, il ritenersi più cristiano di San Gregorio Palamas (che ebbe parole di fuoco contro i latini), più o meno come sarebbe segno di superbia, per un cattolico romano, il credersi più cristiano di quel Tommaso d’Aquino che fu autore di un trattato Contra errores graecorum.


[1] Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa – Conferenza delle Chiese europee, Charta Oecumenica. Un testo, un processo, un sogno delle Chiese in Europa, Torino, Claudiana – Elledici, 2007. Si vedano, oltre al testo della Charta, anche i commenti entusiastici di tanti teologi sia ortodossi che cattolici raccolti nel volume.

[2] Alphonse Maillot, Les Miracles de Jesus et nous, Tournon (F), Editions Réveil, 1977 («Cahiers de Réveil»); trad. it.: I miracoli di Gesù, Torino, Claudiana, 1990, p. 75


Per approfondire, si può consultare una serie di articoli e testi sull’ecumenismo da un punto di vista ortodosso

 

Meditazione sul Natale

 

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Cristo è nato!
Oggi nasce da una donna, nasce sotto la Legge, colui che fu Autore della Legge.

E noi dobbiamo chiederci cosa significa questa Nascita per la nostra vita, per la vita di ognuno di noi. Perché per ognuno di noi vale oggi quello che accadde a Israele duemila anni fa.

“Venne nel suo”, ci dice l’Evangelista Giovanni, “e i suoi non lo riconobbero”. Non si trovò posto per lui nell’albergo e dovette nascere in una grotta e giacere tra un bue e un asino, poiché, come dice il profeta Isaia “il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone; ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende” (Isaia 1, 3)

Dovremmo chiederci: lo riconosciamo noi? Gli diamo alloggio?

Se la Nascita di Cristo è solo una memoria liturgica, allora Cristo è nato invano. Come, se fosse solo una memoria liturgica la Pasqua, Cristo sarebbe risorto invano. In realtà noi sappiamo che, così come, risorgendo dai morti, Cristo ha distrutto la morte per noi tutti (e non soltanto per sé), allo stesso modo il Signore, nascendo nella carne e assumendola in sé, ha santificato la carne di noi tutti e non soltanto la sua.

Dio si è incarnato per avvicinarci a Lui, si è fatto uomo perché l’uomo potesse farsi Dio.

Ecco dunque che noi oggi non celebriamo soltanto la memoria liturgica della Nascita di Cristo: noi celebriamo la volontà che Dio ha reso manifesta di riportarci a sé, noi che da Lui ci eravamo allontanati. Ritorna quindi la domanda: lo accogliamo noi?

Se Cristo è venuto nella carne per ricondurci a Dio, accoglierlo significa innanzitutto comprendere quanto siamo distanti da Dio e quanto avevamo bisogno di Lui per essere a Lui ricondotti. E non parliamo solo della condizione generale dell’umanità, ma della condizione di ognuno di noi. Ognuno di noi, infatti, è singolarmente lontano da Dio e bisognoso di essere ricondotto a Lui. Se diciamo che Dio, incarnandosi, ha santificato la carne di noi tutti, non vogliamo dire che abbia santificato l’umanità in generale. A Dio non interessano i concetti filosofici: Egli ha voluto e cercato la santificazione della carne di ognuno di noi.

Il Natale così è uno di quei momenti dell’anno in cui noi possiamo fermarci per un attimo a riflettere per stabilire quanti sforzi abbiamo fatto per accogliere Cristo in noi, e quanti sforzi restano ancora da fare. E, se siamo sinceri con noi stessi, scopriremo che pochi sono gli sono gli sforzi fatti, e tanti gli sforzi ancora da fare.

Un antico inno cristiano ci parla di questo mistero della nascita di Cristo:

“Il suo amore per me ha umiliato la sua grandezza.
Si è fatto simile a me perché io lo riceva,
Si è fatto simile a me perché di lui io mi rivesta.
Non ho paura di vederlo, perché Egli è per me misericordia.
Egli ha preso la mia natura perché così io lo comprenda,
il mio volto perché da lui non mi distolga.”

Se noi vogliamo che il Natale non sia soltanto una memoria liturgica inutile, allora dobbiamo diventare noi stessi Betlemme, dobbiamo diventare noi stessi la Grotta. E’ dentro di noi che il Signore deve nascere. “Mille volte nasca Gesù a Betlemme” scrisse un poeta, “Se non nasce in me, nasce invano”.

A Lui onore e gloria, ora e sempre e nei secoli dei secoli.

Amen.

 

Se la tua religione

“Se la tua religione ti porta a odiare qualcuno, allora hai bisogno di una nuova religione.” Questa frase circola da un po’ nei social network a firma della “Chiesa Pastafariana”.

13923767_1338282196200772_6597681604676551045_o-1Per chi non lo sapesse i “pastafariani” sono degli atei anticlericali buontemponi, in fondo neppure del tutto antipatici. Ogni tanto organizzano un raduno e lì indossano un curioso copricapo costituito da uno… scolapasta. L’idea di fondo (a suo modo, bisognerà pur ammetterlo, geniale) del “Pastafarianesimo” è di “dimostrare” l’assurdità delle religioni dando vita a una pseudoreligione dai tratti assurdi. In pratica il messaggio è: “l’effetto che noi facciamo a te (credente) e lo stesso che tu fai a noi”. Troppo faticoso, d’altra parte, controbattere le idee altrui, meglio ridicolizzarle; è un po’ come quando, alla fine del XIX secolo, si ironizzava sulla teoria dell’evoluzione pubblicando caricature di Charles Darwin con sembianze scimmiesche. Insomma, è gente  dall’umorismo un po’ retrò.

Non mi interessa comunque parlare dei pastafariani, avevo solo bisogno di contestualizzare l’immagine di cui ho scritto sopra.

Mettiamola così: se non ci fosse stata la firma esplicita dei pastafariani, io avrei interpretato quella frase in chiave anti-islamica. So benissimo che gli islamici non sono tutti terroristi o jihadisti (anzi, nella stragrande maggioranza non lo sono affatto), ma il clima attuale mi avrebbe portato ad interpretare in questo modo. C’è però quella firma, e io so che i pastafariani (almeno quelli nostrani) non si preoccupano dell’Islam. Il loro vero nemico è il Cristianesimo, tutto il resto è contorno. In teoria non fanno distinzioni tra le varie credenze religiose, considerandole tutte false allo stesso modo, ma all’atto pratico la fede religiosa presa più di mira (anche per ovvi motivi culturali) è il Cristianesimo. E qui è il problema. Se il riferimento è al Cristianesimo, che c’entra l’odio? Il Cristianesimo porta ad odiare qualcuno?

Poiché tra le mie conoscenze c’è anche un pastafariano, ho avuto modo di discutere con lui della cosa, e così ho scoperto tantissime cose nuove, che vengo ad elencare.

Ho scoperto che i cristiani odiano gli omosessuali. Non lo sapevate? Ebbene, non lo sapevo neppure io. Pare che il problema sia soprattutto la contrarietà dei cristiani al matrimonio di persone dello stesso genere, oltre al fatto di considerare immorali gli atti sessuali di natura omosessuale. Ho cercato di spiegare al mio amico pastafariano che il fatto di stigmatizzare la condotta altrui non significa assolutamente odiare. Io credo che la sessualità esercitata tra persone dello stesso genere sia peccato, così come credo che sia peccato la gola, l’accidia, la superbia. Credo però di non aver mai odiato nessuno per il semplice motivo di commettere un qualche peccato (anche perché vale sempre il detto “Chi è senza peccato scagli la prima pietra” e io non sono senza peccato). Sembra però che il semplice fatto di essere contrari a certi diritti (veri o presunti che siano) sia segno inequivocabile di “omofobia”. Va da sé che viviamo in uno Stato laico, e  le persone omosessuali hanno tutto il diritto di lottare per quelli che ritengono loro diritti naturali. Quello che non possono pretendere è che noi siamo d’accordo. Anche dissentire è un diritto.

Ho scoperto che i cristiani odiano anche le donne. La cosa buffa è che i cristiani, per una buona metà, sono proprio donne. Se ci limitiamo a chi professa la fede cristiana con più convinzione, le donne sono addirittura in netta maggioranza. Ne viene fuori che le donne cristiane odiano le donne, e quelle particolarmente convinte le odiano in modo particolarmente feroce. Ho cercato di far notare l’incongruenza di questa cosa, ma senza risultati apprezzabili. L’amico pastafariano tira diritto nella sua convinzione: i cristiani relegano la donna a ruoli di second’ordine, tipo dare la vita a nuovi esseri umani ed educare le nuove generazioni, in più negando loro i più elementari diritti civili, come ad esempio l’interruzione di gravidanza o l’opportunità di dare “in affitto” il loro utero per dare modo a qualche riccone di permettersi di avere un figlio proprio, con il proprio DNA, senza doverlo prendere magari in qualche orfanotrofio, che non sai mai cosa trovi.

E fin qui le scoperte divertenti. Arriva purtroppo anche il momento della serietà, e così scopro, tra le altre cose, anche che  la Bibbia è piena di pagine atroci “come il Corano”. E come se non bastasse mi ha anche fatto una serie di esempi: versetti e interi episodi che dimostrano come il Cristianesimo non sia quella “Religione d’Amore” che pretende di essere. Quanto a sangue ed atrocità la Bibbia sarebbe “allo stesso livello del Corano”. Dubito che l’amico pastafariano abbia mai letto una singola riga della Bibbia o del Corano, e so anche che esiste una questione ermeneutica per il Corano così come esiste per la Bibbia. C’è però una differenza fondamentale tra la Bibbia e il Corano, ed è necessario comprenderla appieno prima di fare qualsiasi paragone.

Il Corano è un testo unitario, scritto in un periodo di tempo ristretto, per mano di una sola persona. Per un islamico tutto quello che c’è scritto nel Corano ha più o meno lo stesso valore.
La Bibbia è un insieme di libri, scritti in un periodo di almeno mille anni per mano di diversi autori. In particolare vi si distinguono due parti, una ebraica (il Vecchio Testamento) e una greca (il Nuovo Testamento). Per un cristiano ciò che è scritto nella Bibbia non ha sempre lo stesso valore. Per un cristiano tutto l’Antico Testamento va interpretato alla luce del Nuovo: “Voi avete udito che fu detto: ‘Occhio per occhio e dente per dente’. Ma io vi dico: non contrastate il malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra”.
Già è abbastanza sciocco estrapolare dal contesto dei versetti del Corano per dimostrare chissà cosa, ma è ancor più sciocco cercare nell’Antico Testamento episodi o versetti cruenti o sanguinosi. Quella parte della Bibbia era transitoria, oggi non ha valore in sé, ma solo interpretata alla luce del messaggio cristiano. Quello che c’è scritto nel Corano per un islamico ha invece un valore abbastanza assoluto, fermo restando il fatto che anche nell’Islam c’è una cosa che si chiama “interpretazione della Scrittura”.
Che dire allora?
Spero che il mio amico non se ne abbia a male, ma, poiché l’Evangelo mi chiama ad amare anche i miei nemici, non sento il motivo di cambiare la mia religione. Resto in attesa che egli consideri con più attenzione ciò che predica la sua.

p. Daniele

“Voi siete la luce del mondo”

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Appunti per l’omelia della Domenica dei Padri dei primi sei Concili Ecumenici

Letture:
Apostolo: Tito 3, 8-15
Evangelo: Matteo 5, 14-19

“Voi siete la luce del mondo”, dice il Signore.
A che serve la luce? Semplice: a illuminare. Per questo la luce va messa in alto: più in alto è, più persone potranno vederla splendere. E più forte sarà questa luce, più sarà possibile vederla da lontano.

Si fa spesso un errore nell’interpretare questo detto evangelico. Noi siamo portati a intendere questa luce in senso morale. Questo non è sbagliato, di per sé; la fede cristiana ha anche le risposte agli interrogativi morali dell’uomo. E spesso l’interrogativo morale è nell’uomo quanto di più vicino possa esserci all’interrogativo spirituale. Così può accadere che qualcuno si avvicini alla fede grazie a questo suo aspetto più “umano”, che è appunto l’etica. Sbagliamo però se intendiamo questa luce solo in senso morale, sbagliamo, cioè, se riduciamo la nostra testimonianza di fede a una testimonianza di tipo morale.

“Splenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli”: nessuno potrà vedere le nostre opere buone, se non avrà visto anche la nostra luce, la luce della fede da cui quelle opere sono originate. E nessuno potrà vedere la luce della nostra fede se non nelle nostre opere. Noi spesso ci illudiamo, pensando che gli altri possano vedere le nostre opere e vedere poi la fede che c’è dietro. Questo però non accade quasi mai, per due motivi fondamentali.

Il primo motivo è che non sempre le nostre opere sono così lineari, così cristalline. “Non c’è uomo che viva e non pecchi, Tu solo infatti sei senza peccato” Spesso le nostre opere sono contraddittorie. A volte non sono affatto buone; diamo spesso un pessimo esempio di noi, e questo sì che agli occhi del mondo è visibile! Il mondo vede le nostre cattive opere molto più di quanto veda quelle buone. E non di rado gli altri vedendo le nostre cattive opere sono scandalizzati e rifiutano la nostra fede. Come sono i cristiani agli occhi del mondo? Litigiosi come gli altri, bugiardi come gli altri, ladri come gli altri, adulteri come gli altri. E quando non appaiono così, appaiono come farisei pronti al giudizio e alla condanna verso il prossimo.

Il secondo motivo è più interiore. Noi molto spesso trasformiamo la nostra fede in un sistema più o meno ordinato di osservanze: assistere alle Funzioni religiose in chiesa, fare i digiuni, astenersi da certe azioni (considerate cattive) e cercare invece di farne altre (considerate positive). Tutte queste osservanze sono utili, ci aiutano nella nostra vita spirituale. Noi però spesso le trasformiamo in un modo per confortarci. È come se dicessimo: io sono un buon cristiano, perché a casa ho il mio angolo delle icone con davanti un lumino, e recito le preghiere del mattino e della sera. Ovviamente è una buona cosa avere un angolo delle icone a casa, ed è una cosa buona recitare le preghiere del mattino e della sera. Noi però non saremo giudicati da Dio  in base a questo: saremo giudicati in base a cosa abbiamo fatto (o detto, o pensato) dal momento in cui finiamo le preghiere del mattino fino al momento in cui cominciamo le preghiere della sera. Se ne deve dedurre che l’angolo delle icone e le le preghiere non servano a nulla? Niente affatto. Ci servono per aiutarci nella nostra vita di fede. Preghiamo al mattino per aiutarci a cominciare una giornata da cristiani, e la sera per concluderla. Però dobbiamo avere chiaro in mente che la cosa importante è di sforzarci a vivere da cristiani tutta la nostra giornata, cioè tutta la nostra vita.

Cosa dobbiamo fare, allora, per essere la luce del mondo?
San Serafino di Sarov diceva: “acquisisci il Santo Spirito, e mille troveranno la salvezza intorno a te”. E spiegava come i digiuni, le veglie, le preghiere non siano il fine della vita cristiana. Il fine della vita cristiana è l’acquisizione dello Spirito, e queste opere ci servono come un mezzo per arrivare al fine. Questo significa che da un lato queste cose sono indispensabili, da un altro sono invece secondarie. Sono indispensabili per divenire ricettacoli di Grazia, e per questo motivo, noi tutti dovremmo pregare di più, digiunare di più, vegliare di più. Sono secondarie perché nessuno di noi si salverà soltanto perché ha osservato questi precetti, e nessuno di noi si perderà soltanto perché non li ha osservati

Se vogliamo essere luce per il mondo dobbiamo innanzitutto vivere in Cristo. Non dobbiamo essere noi a vivere, ma Cristo deve vivere in noi, come diceva San Paolo. Non è nostra la luce che deve splendere. Per quanti sforzi possiamo fare la nostra luce non illuminerà nessuno. Sforziamoci di essere luci riflesse dell’unica luce realmente in grado di risplendere nelle tenebre, la luce di Cristo.

Sulla festa dei Santi Pietro e Paolo

“Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente”, dice Pietro. E Cristo è il fondamento della Chiesa, ci insegna Paolo. E “nessuno può porre un fondamento diverso”.
Noi siamo chiamati così a professare la fede di Pietro e Paolo: la fede nel Cristo, Figlio del Dio Vivente e fondamento su cui è edificata la Chiesa.

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Quella dei Santi Protocorifei degli Apostoli Pietro e Paolo è una delle feste più importanti del menologhion. Ce ne rendiamo conto se consideriamo innanzitutto che questa festa è preceduta da un  periodo di digiuno. Ci sono solo altre tre feste precedute da un digiuno simile: la Pasqua, la Natività e la Dormizione. Così, già da questo, possiamo vedere che questo giorno, pur non rientrando nel gruppo delle dodici Grandi Feste del Dodecaorto, ha una sua importanza. Infatti il “Digiuno degli Apostoli” è molto antico.

Pietro e Paolo furono diversi sotto molti aspetti.

Pietro, il cui nome originale era Simone, non aveva una grande istruzione, e faceva il pescatore. Fu forse discepolo di San Giovanni Battista insieme a suo fratello Andrea, e fu posto dal Signore a capo del collegio apostolico. Fu il Signore stesso a mutare il suo nome in Kefà, che in aramaico significa “pietra” da cui viene il nome greco con cui lo chiamiamo ancora oggi. Questo soprannome ha fatto nascere purtroppo una incomprensione. Gesù dice infatti: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Alcuni hanno pensato che qui il Signore si riferisse proprio alla persona di Simon Pietro, ma la pietra di cui parla Gesù non è Pietro, ma è la confessione di fede di Pietro.
Della sua vita noi ricordiamo soprattutto alcuni episodi, che ce lo mostrano per quello che era: un uomo di grande passione, pronto alla chiamata di Dio, ma anche debole. Pietro è il primo a credere, il primo a vacillare nella fede, il primo a ritrovare la fede. Lui per primo confessa la fede in Cristo come Figlio di Dio, lui per primo tradisce Gesù nella notte della Passione, lui per primo entra nel sepolcro vuoto.

Al contrario di Pietro, Paolo aveva studiato a Tarso, sua città natale, ed era stato discepolo a Gerusalemme di Gamaliele, uno dei più importanti maestri ebrei del tempo.

Paolo, il cui primo nome era Saulo, come il primo re di Israele, non conobbe il Signore in vita, ma lo vide solo in visione. In principio era stato, da fervente fariseo, uno strenuo oppositore della Chiesa, e si convertì a Cristo dopo una visione avuta proprio mentre si recava, con lettere di accompagnamento dei sacerdoti di Gerusalemme, a fare arrestare i cristiani di Damasco. Anche Paolo è un uomo di grande passione: si occupa senza risparmio delle sue comunità, procurandosi da vivere con il mestiere di tessitore di tende, e rischiando più volte la vita a causa della sua predicazione.

Probabilmente, proprio il loro carattere passionale (in senso buono) accomuna questi due Apostoli: nella Chiesa non c’è posto per i tiepidi, non c’è posto per chi vuole servire a Dio e al mondo. Pietro e Paolo mettono in primo piano Cristo. Per loro non c’è niente di più importante: nessun precetto è più importante di Cristo, nessun “canone” è più importante di Cristo, nessun segno esteriore.

“Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente”, dice Pietro. E Cristo è il fondamento della Chiesa, ci insegna Paolo. E “nessuno può porre un fondamento diverso”.
Noi siamo chiamati così a professare la fede di Pietro e Paolo: la fede nel Cristo, Figlio del Dio Vivente e fondamento su cui è edificata la Chiesa.

Finché la fede dei cristiani rimarrà fondata su questa roccia, le porte dell’Ade non prevarranno contro di essa, come non prevarranno sulla Chiesa, perché essa è fondata sul Cristo Risorto dai morti, il Dio Vivente. Se però la fede dei cristiani si spegne e diventa tiepida, se  sostituiamo Cristo con un altro fondamento, per quanto possa essere nobile, allora noi non siamo più la vera Chiesa. Allora si ripeterebbe in noi il peccato dei Progenitori, poiché ciò che non è fondato in Cristo è fondato sull’uomo, e ciò che è fondato sull’uomo è pula sparsa al vento.