Qoelet si trasferisce

trasloco

Qoelet chiude i battenti. Già una volta questo blog era stato chiuso, o forse meglio sarebbe dire «messo tra parentesi». Adesso siamo, probabilmente, alla chiusura definitiva.

Il blog rimarrà al suo posto, ma non sarà più aggiornato. Gli articoli più importanti e le omelie sono in via di trasferimento su Orthodoxia. L’Ortodossia in reteIn generale non ho motivo di curare siti gemelli, per dover scegliere di volta in volta in quale dei due sia più giusto piazzare i contenuti. I miei venticinque lettori, quindi, vorranno perdonare una piccola mossa di semplificazione.

Vi ricordo che esiste, legata proprio a Orthodoxia, una Newsletter informativa: potrete iscrivervi semplicemente inviando una mail all’indirizzo ortodossiainrete@gmail.com . Attraverso questa newsletter, riceverete settimanalmente le Letture domenicali e gli aggiornamenti del sito.

Lascio questo blog un po’ a malincuore. Per questo non lo cancello e ne lascio disponibili tutti i contenuti, compresi quelli che non saranno riportati su Orthodoxia e che andrebbero quindi perduti.

p. Daniele Marletta

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Nel segno della falsificazione storica

Come la pioggia


di Daniele Marletta

Catherine Nixey, Nel nome della croce. La distruzione del mondo classico, Bollati Boringhieri 2018

Un libro dal titolo commercialmente accattivante, ma che è nei contenuti addirittura peggiore delle aspettative. Nel risvolto di copertina si dice che chi lo ha scritto avrebbe studiato “Storia e Letteratura Classica a Cambridge”, e questo ci fa rivalutare i tanto disprezzati atenei italiani. Il libro, caso raro, sa essere insieme pedante e pedestre: cita un dovizioso numero di fonti, mescolandole però tra loro, e soprattutto confondendo spesso (volutamente?) le fonti tardoantiche con le tardomedievali, in un potpourri di frasi fatte, luoghi comuni, veri e propri travisamenti. Un profluvio di citazioni decontestualizzate e di improbabili aneddoti fatti passare per verità storiche inoppugnabili.

Il libro si apre con la narrazione a tinte fosche della spoliazione e distruzione del Tempio di Atena a Palmira nell’anno 385, e di simili narrazioni è costellato in…

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Dove va Costantinopoli. Due considerazioni

 

Negli ultimi giorni, due notizie (distinte tra loro ma pur collegate in un certo senso, come vedremo) hanno portato alla ribalta la situazione del Patriarcato di Costantinopoli.

La prima riguarda un suo problema interno: a quanto pare, da ora in poi il Patriarcato ecumenico approverà regolarmente le seconde nozze dei preti lasciati dalle mogli o vedovi. La seconda riguarda i suoi rapporti con il Patriarcato di Mosca: il patriarca Bartolomeo sarebbe sul punto di riconoscere l’autocefalia dell’autoproclamato “Patriarcato di Kiev”, cosa che potrebbe avere enormi conseguenze sullo scenario ortodosso mondiale.

Le due notizie, dicevo, sono distinte ma anche collegate, essendo ambedue originate dall’attuale situazione della Chiesa Ortodossa nel mondo e più in particolare dalle parti di Istanbul. Andiamo comunque per gradi ed analizziamole per ordine.

Partiamo dalla prima. Come è noto, un sacerdote ortodosso che rimane solo a causa di un divorzio o perché vedovo non può accedere alle seconde nozze se non a costo di rinunciare al sacerdozio. Questo almeno in via regolare e canonica: è chiaro che esistono situazioni particolari che possono spingere un vescovo ad applicare l’economia ecclesiastica e a permettere ciò che i canoni normalmente vietano. Si tratta comunque di eccezioni. L’idea di liberalizzare questa norma del diritto canonico, trasformando l’eccezione in regola, ha già circa un secolo di vita. Fu infatti il Patriarca Melezio Metaxakis a tentare una prima volta questa riforma nel 1923 e, più o meno negli stessi anni, una analoga riforma fu tentata in Russia dalla filosovietica “Chiesa Vivente”. E già questa premessa non lascia presagire nulla di buono.

Ripetiamolo: possono esistere singoli casi in cui l’applicazione dell’economia ecclesiastica si rende giusta e doverosa; d’altra parte, se è vero che il Sabato fu fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato, un discorso analogo è doveroso per i canoni, a meno che non si voglia scivolare in una canonolatria farisaica e del tutto antiortodossa. Esiste però anche un errore opposto all’attaccamento farisaico al canone: intendo l’ansia di modernizzazione che da un secolo sta letteralmente stritolando la Chiesa. I canoni che vietano le seconde nozze per il clero hanno infatti una precisa ragion d’essere; il sacerdote deve essere di esempio alla comunità cristiana che serve, e le seconde nozze sono da sempre considerate una sorta di condiscendenza della Chiesa verso la debolezza umana. È chiaro che, fuori da pochi casi eccezionali, il mostrare questa condiscendenza verso il clero sarebbe quanto meno pastoralmente diseducativo.

Da qui una nostra prima considerazione. Certamente nessuno si sarebbe sognato una tale riforma se essa non fosse suggerita da un problema alla base. A quanto pare i preti divorziati o vedovi che vorrebbero accedere alle seconde nozze non sono una minoranza così insignificante da permettere al Patriarca di ignorare semplicemente la cosa. Siamo sicuri però che la soluzione sia quella giusta? Davvero pensiamo che si possa ovviare alla tiepidezza spirituale del clero alleggerendo il peso del sacerdozio? Credo di no, e credo che qualunque cristiano ortodosso di buon senso possa essere d’accordo con me nel dire che questa non è una strada percorribile.

Veniamo alla seconda notizia: pare che il Patriarca Bartolomeo sia sul punto di concedere l’autocefalia al “Patriarcato di Kiev” e questo potrebbe provocare uno scisma tra Costantinopoli e Mosca. Dico “potrebbe”, perché in realtà credo che nessuno dei due voglia davvero arrivare a tanto. Resta il fatto che Costantinopoli predica da tempo una sorta di ecclesiologia neopapista nella quale il Patriarca Ecumenico, non contentandosi di essere un primus inter pares, diviene un primus sine paribus, una sorta di Papa in miniatura. Noto con soddisfazione che finalmente, davanti alle pretese di Costantinopoli, da Mosca si comincia a parlare di eresia; il metropolita Hilarion di Volokolamsk ha parlato esplicitamente di “autoidentificazione papista”.
Come dicevo, io non credo che si arriverà davvero a una frattura tra Costantinopoli e Mosca. Se però questo accadesse si aprirebbe davvero uno scenario interessante. Da anni, o, per essere più esatti, dai tempi di quel Melezio Metaxakis che poc’anzi abbiamo nominato, i vecchiocalendaristi greci (così come i loro fratelli bulgari e romeni) combattono contro il modernismo e il neopapismo del Patriarcato di Costantinopoli, oltre che contro l’eresia ecumenista. In cambio hanno avuto finora accuse di scisma e di fanatismo. Siamo contenti che qualcuno si stia finalmente svegliando, comunque vadano a finire le cose.

Voglio comunque tornare al punto di partenza. Scrivevo che le due notizie riportate hanno qualcosa in comune. Ecco: forse l’ultimo secolo ha messo a dura prova la fede ortodossa, se è così facile vedere tra i capi delle Chiese ufficiali tanto personalismo e tanta condiscendenza verso il progressivo raffreddamento della fede. Forse abbiamo davvero bisogno di riforme, di rinnovamento. Che sia però un “rinnovamento nell’ascesi” come ebbe a dire San Giustino di Chelje, un rinnovamento nel solco della tradizione, che non sia solo un correre dietro ai tempi che cambiano. La Chiesa impari a dare finalmente risposte al mondo che cambia; impari (secondo un detto di San Vincenzo di Lerins, mai così attuale come oggi) a parlare in modo nuovo senza dover dire novità. Perché i tempi cambiano, ma Dio no.

Anfibi di carne e spirito

Anche noi siamo anfibi, come le rane, anche se in un modo diverso. Noi viviamo nel nostro corpo e nello spirito, e per questo abbiamo bisogno sia di cibo carnale che di cibo spirituale, siamo carnali e spirituali insieme. Noi però, al contrario della rana, potremmo vivere tutta la vita ignorando il fatto di essere degli anfibi, delle creature di carne e spirito e così, spesso, ci curiamo della nostra carne ma non del nostro spirito.

Omelia sulla parabola del servo spietato
(undicesima Domenica di Matteo)

La parabola del servitore spietato

Letture
Apostolos: 1 Cor 9, 2-12
Evangelo secondo Matteo (18, 23-35)

Il Vangelo di questa Domenica vuole ricordarci una cosa fondamentale per la nostra vita spirituale: il fatto di essere noi tutti dei debitori insolventi. Di più: spesso noi siamo proprio quel debitore di cui si parla nella parabola, quello che prima supplica perché si abbia pazienza con lui ma che poi non è in grado di avere la tessa pazienza con il suo fratello.

“Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6, 26) dice il Signore. E noi dovremmo chiederci: quanto siamo lontani dall’essere misericordiosi?
Spesso, quando un ortodosso prova a spiegare a un non ortodosso le regole del digiuno, si sente invariabilmente rispondere: “Ma come fate?” Come se il non mangiare carne e latticini sia poi così difficile. Certo, può essere più o meno difficile, in base ai nostri bisogni, ma anche ai nostri vizi e alle nostre cattive abitudini, in generale però il digiuno non è difficile quanto sembra. Perdonare le offese, invece – rimettere i “debiti” – è difficile. Perché? È difficile perché noi siamo in un certo senso – senza saperlo – degli anfibi.
Gli anfibi sono quegli animali che vivono sia nell’acqua che sulla terraferma, come rane e salamandre. Questi animali vivono una parte della loro vita in acqua e poi si stabiliscono sulla terraferma. Hanno sempre bisogno però di vivere vicino all’acqua: se portiamo una rana in un luogo arido, infatti, morirà presto.

Anche noi siamo anfibi, come le rane, anche se in un modo diverso. Noi viviamo nel nostro corpo e nello spirito, e per questo abbiamo bisogno sia di cibo carnale che di cibo spirituale, siamo carnali e spirituali insieme. C’è però una grande differenza tra noi e le rane: le rane cercano istintivamente l’acqua. È da lì che sono nate ed è lì che passano la maggior parte della loro vita e del loro tempo anche quando hanno finito di trasferirsi sulla terra e hanno perso le branchie. Tutto il ciclo della vita della rana gira intorno all’acqua. Noi, al contrario, potremmo vivere tutta la vita ignorando il fatto di essere degli anfibi, delle creature di carne e spirito e così, spesso, ci curiamo della nostra carne ma non del nostro spirito. Per questa ragione, anche quelli che sanno bene di essere fatti di carne e di spirito si trovano di fatto più a loro agio a trattare con la propria carne. Per questo, quindi, troviamo più facile il digiuno che il perdono.

Ritorniamo però al Vangelo di oggi. Noi preghiamo tutti i giorni con le parole del Padre nostro, che siano rimessi i nostri debiti “come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Forse non c’è commento migliore di questa parabola alle parole della preghiera. Il servo spietato della parabola è infatti un debitore che non rimette il debito. Questo ci mostra un fatto importante: è Dio, per primo, a rimettere il debito. Dio non aspetta che noi siamo degni di questa remissione. Semplicemente, rimette il nostro debito e ci lascia andare. Dio dà il perdono all’uomo senza attendere che sia stato lui, prima, a perdonare il suo fratello. Il “come noi li rimettiamo ai nostri debitori” non è una condizione, è la conseguenza del nostro credere realmente al perdono di Dio. Se infatti noi credessimo realmente al fatto che Dio, incarnandosi e morendo sulla Croce per noi, ci abbia dato il perdono, saremmo portati a ripetere spontaneamente questo gesto verso i nostri fratelli. “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10, 8), dice il Signore. Ecco: se noi non diamo è perché non abbiamo apprezzato il dono di Dio, è perché non crediamo realmente di aver ricevuto qualcosa da Lui. Eppure Dio stesso si è fatto anfibio, come noi. Ha preso carne e si è fatto uomo e ha vissuto la nostra stessa vita nella carne, perché l’uomo potesse prendere spirito e farsi Dio vivendo nello Spirito.

Noi siamo abituati a trattare il nostro corpo e il nostro spirito come scompartimenti stagni, senza comunicazione. Il fine della vita spirituale, invece, è proprio di metterli in comunicazione. Non è solo la mia anima che deve salvarsi, devo salvarmi io, tutto intero. Per questo noi dobbiamo imparare a vivere la nostra condotta morale come una conseguenza della nostra fede, non come una serie di regole a cui bisogna obbedire. Non dobbiamo perdonare il nostro fratello perché Dio ci ordina di fare così: dobbiamo perdonarlo perché Dio, per primo, ha perdonato noi per l’opera del Figlio suo Unigenito a cui è l’onore e la gloria, col Padre e con il Santo Spirito. Amin.

(Pronunciata il 30 Luglio /12 Agosto 2018)

Rimetti a noi i nostri debiti

Noi cominciamo ora il Grande Digiuno in preparazione per la Pasqua. Questo digiuno però sarà del tutto inutile, se noi lo faremo con spirito mercantile, facendo il conto di quanto dobbiamo e di quanto ci è dovuto.

Espulsione di Adamo

La quarta domenica del Triodion, nella quale la Chiesa fa memoria dell’espulsione di Adamo del Paradiso terrestre, è detta “Domenica del Perdono”, dall’usanza di chiedere perdono in questo giorno prima dell’inizio della Quaresima.

Quando qualcuno pecca nei nostri confronti, facendoci un torto, una violenza o altro, noi sentiamo di avere un qualche diritto contro di lui. Il peccato contro i nostri fratelli e sorelle è così, secondo la logica umana, un debito. Quando subiamo un torto ci sentiamo un po’ creditori, e guardiamo a chi ci ha fatto quel torto come a un debitore insolvente.
Ogni volta che perdoniamo qualcuno, così, lo sciogliamo da un debito, e quando chiediamo perdono chiediamo di essere sciolti da un debito.

Questo dovrebbe farci riflettere sul senso di questa domenica, l’ultima prima dell’inizio della Grande Quaresima. La Chiesa ci ingiunge oggi di chiedere e dare perdono. Ognuno di noi ha commesso i suoi torti a qualche fratello o sorella, e ognuno di noi ne ha subiti. Più questi torti sono gravi, più è pesante il debito; e chi è debitore non è libero. La Chiesa vuole che noi diamo inizio al nostro cammino verso la Pasqua come cristiani liberi, non come debitori o creditori.

Per chi ha debiti, questo è il momento opportuno per chiedere che i debiti vengano condonati. Da questo possiamo trarre alcune considerazioni.

La prima considerazione è semplice: perdonare è un dovere di ogni cristiano, ma essere perdonati non è un diritto; il perdono si chiede, non si pretende. Questo per ricordarci che è sempre bene non essere in torto con i nostri fratelli e le nostre sorelle. Troppo facile è dire “ho sbagliato”: meglio dire “non voglio più sbagliare”.

Una seconda considerazione: ci sono torti che si lasciano perdonare più difficilmente di altri. Se sappiamo di esserci comportati molto male contro qualcuno, sappiamo anche che sarà difficile, per lui o lei, perdonare. Ovviamente è più facile condonare un debito di cinquanta euro che non uno di cinquantamila. Se so di avere un tale debito sulla coscienza, saprò anche che devo fare attivamente qualcosa perché questo debito sia condonato. Un buon cristiano sa, ovviamente di dover condonare debiti anche grandi, ma sa anche di dover rendere più facile agli altri, ai suoi creditori, quello stesso condono.

Terza considerazione: noi tutti siamo, nei confronti del nostro prossimo, un po’ creditori e un po’ debitori. Ognuno di noi ha commesso i suoi piccoli o grandi torti, e ognuno di noi li ha subiti. Cerchiamo di non trovarci mai nella condizione di quel debitore insolvente di cui parlo il Signore in una delle sue parabole: chi sa di chiedere il condono di una grande somma di denaro non può rifiutare il condono di una somma piccola. Noi cominciamo ora il Grande Digiuno in preparazione per la Pasqua. Questo digiuno però sarà del tutto inutile, se noi lo faremo con spirito mercantile, facendo il conto di quanto dobbiamo e di quanto ci è dovuto.

Tutti i giorni siamo abituati a ripetere nel Padre Nostro la richiesta di rimettere i nostri debiti “come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Questa richiesta diventerà per noi una condanna, però,se noi non siamo capaci di rimettere i debiti, di condonare.

Voglio concludere questa riflessione con una citazione da un Padre del Deserto:

Un fratello della Libia venne da abba Silvano sul monte Panefo e gli disse: «Abba, ho un nemico che mi fa del male; quand’ero nel mon­do mi ha rubato il mio campo, mi ha spesso teso insidie, ed ecco che ha assoldato della gente per avvelenarmi. Voglio consegnarlo al giudice». L’anziano gli disse: «Fa’ ciò che ti dà pace, figliolo». E il fratello disse: «Abba, se riceve il castigo, la sua anima non ne trarrà pro­fitto?» . L’anziano disse: «Fa’ come ti pare, figliolo». Il fratello disse all’anziano: «Alzati, padre, preghiamo e poi vado dal giudice». L’anziano si alzò e dissero il «Padre nostro». Come giunsero alle parole: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12) , l’anziano disse: «Non rimettere a noi i nostri de­biti, come noi non li rimettiamo ai nostri debitori». Il fratello disse: «Non è così, padre». «E così, figliolo, — disse l’anziano — se veramente vuoi andare dal giudice per vendicarti, Silvano non fa altra preghie­ra per te». E il fratello si prostrò e perdonò al suo nemico.

(Omelia del 5 / 18 Febbraio 2018)

Pregare con l’anima e il corpo

La Chiesa così ci ricorda, ancora una volta, che non è l’esattezza delle pratiche religiose a fare di noi dei veri cristiani, ma la nostra vita tutta intera. Non si può essere cristiani solo col corpo o solo con l’anima: parafrasando Sant’Agostino, se non diventiamo spirituali anche nel corpo diventeremo carnali anche nell’anima.

Omelia per la Domenica del Giudizio universale

Giudizio Universale
Il Signore divide le pecore dai capri (dalla Chiesa di Sant’Apollinare il Nuovo a Ravenna)

Letture
Apostolos:  1 Corinti 8, 8 – 9, 2
Evangelo: Matteo 25, 31-46

Nel nome del Padre, del Figlio e del Santo Spirito.

Siamo giunti alla terza domenica del Triodion, quella dell’Ultimo Giudizio, detta anche “Domenica di Carnevale” poiché è l’ultimo giorno in cui è ammesso mangiare carne, in attesa dell’inizio del digiuno quaresimale. In questa settimana infatti non ci sono giorni di digiuno ed è ammesso mangiare tutto, fuorché la carne.

Tutte e due le letture che la Chiesa proclama oggi ci ricordano però che non saremo giudicati per il nostro digiuno. E’ normale a questo punto che noi ci facciamo una domanda: perché la Chiesa ha istituito il digiuno della Grande Quaresima, se poi spende le prime quattro domeniche del Triodion per ricordarci che l’essenziale non è il digiuno? Non sarebbe stato meglio non istituirlo affatto? Ci sono diverse risposte a questa domanda.

La prima è semplice: noi siamo fatti di carne e spirito e dunque dobbiamo pregare con il corpo e con l’anima. Il digiuno è uno dei modi che abbiamo per pregare col corpo. Si potrebbe obiettare che è più importante pregare con l’anima e che quindi il digiuno sia secondario. Per certi versi è proprio quello che sembrano dire queste prime domeniche di questo tempo liturgico. Noi dobbiamo essere sempre attenti, però, a dare il giusto peso a tutto.
Proviamo a guardare la cosa da un punto di vista del tutto umano. Noi non abbiamo bisogno solo di nutrire il corpo, ma anche l’anima. Nutrimento del corpo è il cibo, nutrimento dell’anima sono (da un punto di vista umano) i libri, l’arte, la musica. Se nutro solo il mio corpo, diventerò una persona rozza e forse anche un po’ infelice. Se nutro solo la mia anima, il mio corpo deperirà. Anche da un punto di vista umano, poi, la cura del corpo e quella dell’anima devono andare di pari passo, perché la salute del corpo influenza quella dell’anima, e la salute dell’anima influenza quella del corpo.
Chiaramente, se anche il mondo riesce a capire una cosa del genere, tanto più dovremmo capirla noi. Eppure spesso non è così, ed è per questo che la Chiesa, prima di iniziare la Quaresima, ci ricorda queste cose. Noi abbiamo spesso due tentazioni opposte. La prima è quella di dare tanta importanza al digiuno da dimenticarci il resto. In questo caso noi rischiamo seriamente di cadere nel peccato del fariseo di cui abbiamo letto qualche domenica fa. La seconda è quella di considerare il digiuno tanto secondario da trascurarlo. Il risultato di questi due atteggiamenti è lo stesso: il corpo e l’anima deperiscono.

Una seconda risposta ce la suggerisce, indirettamente, la Lettura evangelica di oggi. Oggi la Chiesa proclama il discorso del Signore sull’Ultimo Giudizio. Secondo le parole di questo discorso, al Giudizio seguirà una separazione: da una parte chi ha amato, dall’altra chi non l’ha fatto: “Avevo fame e non mi avete dato da mangiare; avevo sete e non mi avete dato da bere”. Una delle motivazioni più antiche del digiuno è quella che oggi si chiama “beneficenza”. Si digiuna da alcuni cibi, che sono anche più costosi, per usare ciò che si risparmia in favore del nostro prossimo. In questo modo il digiuno della Grande Quaresima diventa anche il modo per mettere in pratica il precetto evangelico dell’amore per il prossimo. Questo è un aspetto del digiuno che è un po’ passato di moda e vale la pena quindi ricordarlo.

Ci ricorda San Paolo che “non sarà certo un alimento ad avvicinarci a Dio; né, se non ne mangiamo, veniamo a mancare di qualche cosa, né mangiandone ne abbiamo un vantaggio.” (1Cor 8, 8) Il senso del digiuno non è dunque nel digiuno in sé. Non ci asteniamo dalla carne e dagli altri alimenti di origine animale perché siamo “animalisti”, e neppure allo scopo di mortificare il corpo. Il digiuno non è utile di per sé, ma è utile (anzi: utilissimo) all’interno di una vita autenticamente cristiana. Un cristiano ortodosso che, potendolo fare, non digiuna non è affatto un cristiano ortodosso; così come non lo è che si limita al digiuno e alle pratiche esteriori tralasciando l’amore per il prossimo e il pentimento.

La Chiesa così ci ricorda, ancora una volta, che non è l’esattezza delle pratiche religiose a fare di noi dei veri cristiani, ma la nostra vita tutta intera. Non si può essere cristiani solo col corpo o solo con l’anima: parafrasando Sant’Agostino, se non diventiamo spirituali anche nel corpo diventeremo carnali anche nell’anima. Molte volte il Signore ci esorta ad essere luce davanti al nostro prossimo: “così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre belle opere, e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5, 16). Questo non significa che dobbiamo ostentare il nostro amore per il prossimo: i salvati chiedono al Signore quando mai lo hanno veduto nudo o affamato; non hanno operato in vista di una ricompensa divina o per essere ben visti dagli altri. Hanno operato per amore e così si sono resi immagine davanti agli uomini di Dio che è Amore, di quel Dio che ha tanto amato il mondo da dare il Figlio Suo Unigenito per la salvezza di tutti. A Lui onore e gloria, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen

(Omelia del 29 Gennaio / 11 Febbraio 2018)

“Ritornate, figli traviati”

“Un abisso invoca un altro abisso”. L’abisso di sventura e peccato invoca l’abisso di misericordia. Per questa seconda domenica del Triodion, la Chiesa prescrive la lettura di un’altra parabola, un’altra indicazione per la via del Regno, quella del figlio dissoluto (detta da alcuni  “Parabola del padre misericordioso”).

 

Omelia per la seconda domenica del Triodio

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Per questa seconda domenica del Triodion, la Chiesa prescrive la lettura di un’altra parabola, un’altra indicazione per la via del Regno, quella del figlio dissoluto (detta da alcuni  “Parabola del padre misericordioso”). Anche questa domenica, come le altre domeniche prequaresimali, ha un senso mistagogico, facendoci penetrare nel significato più profondo della Grande Quaresima.

Vediamo i personaggi di questa parabola: un padre e due figli. Del figlio minore, la parabola riferisce che un giorno egli si reca dal padre per chiedere di avere la sua parte di eredità. Pochi giorni dopo, il giovane parte e il padre non lo trattiene. Il padre ha rispetto della libertà del figlio, non vuole che il figlio rimanga con lui per un qualche obbligo. Il padre vuole che l’amore dei suoi figli per lui sia assolutamente libero, e pur sapendo che quel figlio se ne va lontano, pur temendo di non rivederlo più, lo lascia andare.

Il figlio si reca in un paese straniero, e qui spende tutte le sue sostanze, tutta l’eredità ricevuta dal padre, in divertimenti leggeri. Noi siamo quel che abbiamo ricevuto; noi non abbiamo meriti, e così anche questo giovane, che le sue ricchezze le ha ereditate. Non ha lavorato per esse, non ha faticato. E così è anche dei beni spirituali. Anzi, lo è ancora di più. Nessuno di noi ha qualche merito per i propri beni spirituali, tutti abbiamo ricevuto da Dio “e grazia su grazia”, come dice l’Evangelista Giovanni il Teologo. E come quel figlio dissoluto, anche noi sperperiamo le nostre ricchezze spirituali. Ci occupiamo del nostro benessere, ci preoccupiamo del nostro futuro, ci sforziamo di dare un senso, umanamente inteso, alla nostra vita. Dimentichiamo che soltanto una cosa è importante, dimentichiamo di mettere davanti a tutto il Regno di Dio e la sua giustizia.

Lontano dal padre, il giovane dissoluto cade presto in miseria. I suoi beni, usati in modo così malaccorto, si assottigliano e vengono meno. Il giovane diviene povero, come avviene a chiunque si allontani dalla fonte della propria ricchezza, sia essa materiale o spirituale. Aumentano le spese e cessano gli introiti. Il giovane comincia infine a darsi da fare. Trova un lavoro, il più umile, quello di guardiano di porci. Possiamo vedere in questo particolare un segno tangibile della lontananza da Dio, poiché il maiale era un animale impuro per gli ebrei che, per primi, ascoltarono questa parabola. Lontano dal padre, il giovane è caduto in basso. Ora sente davvero la sua lontananza, come sente i morsi della fame. Comincia a comprendere di essere caduto in un abisso, e da questo abisso comincia il suo ritorno: “Un abisso invoca un altro abisso” (Sal 41, 7) dice il salmista. L’abisso di sventura e peccato invoca l’abisso di misericordia. Il giovane vede finalmente la differenza tra il suo stato attuale e quello che ha abbandonato: lui, che è figlio, manca anche di quel pane di cui abbondano le mense di quelli che prima erano suoi servi. Bisogna avere fame e sete per capire cosa sia davvero mangiare e bere. Attraverso la fame e la sete il giovane ha capito di aver perduto sé stesso.

“Ritornate, figli traviati, ed io guarirò i vostri traviamenti” (Ger 3, 22) dice il Signore per tramite del Profeta Geremia. E il figlio traviato ritorna, per trovare la guarigione. Lo accoglie un padre che ne aveva a lungo atteso il ritorno. Il giovane viene rivestito della veste più bella, e si fa festa.

C’è sempre, però, per ognuno che ritorna qualcuno che crede di non essere mai partito, ma che col cuore è sempre stato lontano. Il fratello maggiore, veduta la festa, sentito che la festa è per il fratello, si sdegna. Perché? Perché il suo cuore è sempre stato lontano. Questo fratello minore era partito con la sua parte di eredità, aveva sperperato tutti i suoi averi in feste e prostitute, e appena ritornato viene accolto come se nulla fosse. Il padre gli ha fatto mettere addirittura “l’anello al dito”, quindi lo aveva reintegrato nella sua eredità, poiché l’anello era quello contenente il sigillo di famiglia. Il fratello maggiore si sente tradito: lui è sempre rimasto accanto al padre eppure non ha ricevuto nulla, neppure un capretto per fare festa insieme agli amici. Per il figlio traviato, invece, si uccide il vitello grasso. Possiamo leggere in questo fratello un po’ di invidia per chi si è alla fin fine “goduto la vita” ma si salva comunque, solo per essersi pentito. Tanto è sdegnato da non voler neppure entrare in casa e da costringere il padre a supplicarlo. “Io ti ho sempre servito” dice il figlio maggiore al padre. Non lo ha amato, lo ha servito. E’ rimasto lì come servo, non come figlio. Come figlio non è mai stato lì, il suo cuore è sempre stato lontano.

La parabola rimane sospesa; non sappiamo se il fratello maggiore si sia deciso ad entrare anche lui nella stanza della festa. Ci rimangono però le parole del padre: “questo tuo fratello era perduto ed è stato ritrovato, era morto ed è tornato in vita.”

La Resurrezione di Cristo è anche la nostra resurrezione alla vita, e il nostro cammino verso la Pasqua è la strada del nostro ritorno a Dio. Così si chiude questa mistagogia: noi tutti dobbiamo tornare a Dio, noi tutti siamo figli traviati in cerca di guarigione.

(22 Gennaio / 4 Febbraio 2018)